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Foto Antiche di Cornalba
Foto scattata da località “BARBATA”.
Da notare, in questa immagine, sono i prati minuziosamente curati dai contadini.
Proprio quest’ultimi donavano al territorio numerosi vocaboli la cui matrice
ricordava molto spesso le condizioni del terreno. Es.: “CORNEI” ricco di
piccoli sassi a punta, “LA MOIA” terreno acquitrinoso, “L’ACQUADELA” area
dove sono presenti numerose falde acquifere.
L’Alben con le sue pendici frastagliate che ricordano le Dolomiti. Questa fotografia segnala come l’attività di allevamento del bestiame è stata, per i cornalbesi, una lunga e faticosa tradizione. Qui ci troviamo all’alpeggio a quota 1800.

La parrocchiale nel lontano 1873. La chiesa di Cornalba venne riconosciuta nel 1460 e d’allora molte vicende la videro protagonista. Si ha notizia, per esempio, che nel 1766 un fulmine la colpì violentemente e poiché, fortunatamente, non provocò nessuna vittima, i cornalbesi si ritennero graziati dalla bontà di Dio, ed ogni anno, in memoria di quell’evento fecero una processione di ringraziamento.La Chiesa venne ricostruita, in parte, più volte, soprattutto dopo aver subito un gravoso incendio. Ma i nostri nonni ricordano la parrocchia, in particolar modo il campanile, per la tragica esperienza dei rastrellamenti. L’eccidio dei partigiani avvenne in modo atroce: i fascisti posero una mitraglia sul campanile e trucidarono gli uomini che stavano scappando verso quello che ritenevano un luogo sicuro, la montagna… per molti fu il loro campo santo.

Questa cartolina testimonia ancora una volta la grande devozione alla Chiesa e ai suoi rappresentanti. Particolare rilievo fu dato al Card. Felice Cavagnis di origine cornalbese (il padre era della frazione Ola). Egli condusse una vita generosa, devota agli studi (conseguì, infatti, tre lauree: in Filosofia, Teologia e in Diritto Civile e Canonico) e rimase al fianco di Papa Leone XIII. Fu proprio il
pontefice ad incoraggiarlo a diffondere le sue filosofie moderne affidandogli la cattedra di Diritto Pubblico e di Testo Canonico. Tra le sue innumerevoli
opere, particolare attenzione dev’essere rivolta all’opera: Esame delle teorie sulle relazioni fra Chiesa e Stato, nella quale venivano messi in
risalto i doveri dei cattolici di partecipare alla vita politica e il compito dello Stato di salvaguardare i diritti dell’uomo.

In primo piano troviamo la casa della famiglia Cavagnis, una delle famiglie benestanti della Cornalba Ottocentesca. Oggi questa abitazione viene utilizzata e gestita dalle suore FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA di Verdellino, che ogni estate accompagnano gruppi di ragazze con handicap a trascorrere le vacanze estive.
Centro abitato di Cornalba chiamato “LA PIASA”, la piazza. Le case dell’Ottocento venivano costruite piuttosto ampie e alte, adatte ad ospitare le famiglie numerose di allora. In posizione centrale si può intravedere il tipico ballatoio ricolmo di legna, preziosa scorta per l’inverno, che veniva raccolta nei boschi vicini al paese. In quel periodo alcune famiglie proprietarie di vaste aree boschive e che avevano, quindi, legname in esubero, realizzavano un altro materiale indispensabile: il carbone, importante merce di scambio dell’epoca. Sulla destra troviamo uno dei tanti segni distintivi della forte fede dei nostri avi, una tribulina. Non a caso essa è stata collocata nella “piasa”; in effetti quest’ultima rappresentava la sede delle attività principali del paese: commerciale, politica e religiosa.

E’ estate. I cornalbesi sono in processione in occasione della festa dell’Assunta. Il tragitto prescelto tocca località “SEMA COSTA”. Era tradizione, in quella ricorrenza, mettere alle finestre
lenzuoli bianchi che rimandavano alla purezza di Maria.
Alle spalle del centro abitato si può distinguere una particolare zona definita ancora oggi “RUNCAT”, terra mossa. Il territorio è costellato da numerosissimi sassi dell’Alben e l’ambiente da prato-pascolo, inizia ad assumere carattere boschivo grazie alla presenza di bassa vegetazione. Quest’area veniva utilizzata dai pastori durante la transumanza. Essi vi lasciavano pascolare le proprie bestie per qualche giorno, in modo che avvenisse una specie di “acclimatamento” prima di salire all’alpeggio. In questo modo diminuivano le conseguenze fisiche relative al cambio di quota.
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