di Michela Lazzarini
Continuava a piovere, pareva che le divinità del cielo buttassero
giù l’acqua dalle nuvole con dei secchi. E magari si fossero viste
le nuvole! Il cielo era coperto da una spessa coperta di lana grigia, tutta
tremendamente cupa. Nessuno avrebbe detto che ci trovavamo nel cuore dell’estate,
in pieno luglio. Il pomeriggio trascorreva monotono per gli abitanti del
piccolo villaggio di Mezzoldo, per le strade solo il rumore dell’acqua
che impetuosa si era impossessata di ogni viuzza. Avvicinandosi all’antico
porticato nel centro storico del paese potevamo però ascoltare,
in maniera sempre più nitida, le risate e le urla dei bambini che,
al riparo dalla pioggia ma non dell’umidità, erano impegnati in
un’importante discussione:
“Non servo in Chiesa neanche se mi offri tutti i gelati del mondo!
Ho già fatto il chierichetto settimana scorsa e oggi non ho voglia,
con tutta quest’acqua, di muovermi da qui!” gridò deciso un bimbetto
biondo balzando di scatto in piedi. “Vacci tu!” aggiunse incrociando le
braccia e rivolgendosi con una smorfia a una bambina seduta a cavalcioni
su una vecchia pietra. “Neppure per sogno! La nonna dice che la messa festiva
è più importante di quella del sabato”. “Lara ha ragione.
Neanche io ci vado!” sentenziò con l’aria di chi la sa lunga Marika,
la più piccola del gruppo, ma sicuramente la più pestifera.
Ad una tratto le si illuminarono gli occhi; corse fuori dal porticato sotto
una pioggia assordante, senza nessun tipo di riparo. Aveva scorto da lontano
il padre che si stava recando al lavoro nel paese vicino. Gli saltò
in braccio e la gonna, ormai fradicia, bagnò anche l’uomo che a
stento riuscì a trattenere l’euforica figlia. Partì un bacio.
E partì anche il padre sul suo camioncino.
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Sotto gli arconi, i bambini iniziavano ad avere i brividi;
probabilmente però non a causa dell’umidità o del freddo.
Era la paura. Gli scrosci dal cielo si facevano sempre più frequenti
e violenti, le vie principali e le mulattiere di montagna in pochi istanti
si erano trasformati in torrenti in piena. L’acqua del fiume che da sempre
irrora e dà la vita al piccolo paesino aveva assunto un colore caffelatte
inquietante. Qualcosa non andava e questo lo capirono anche i bambini nel
momento in cui un rumore assordante tagliò in due i continui boati
del temporale. Non si trattava di nessun tuono questa volta. I piccoli
sobbalzarono sotto il porticato. Le televisioni si spensero, le lampadine,
già accese per rischiarare le cucine in un pomeriggio così
scuro, morirono dopo un paio di singhiozzi. La linea telefonica cadde in
ogni casa. Il paese svenne come se quell’assordante tonfo così vicino
ne fosse stato la causa. “Io me ne vado di qui, non voglio morire annegata!”
sussurrò Lara a bassa voce, rompendo il silenzio che si era creato
tra di loro. “La nonna mi aspetta, è in casa sola, chissà
che paura che avrà”. Tutti gli amici sapevano però che era
lei ad avere più paura di tutti. “Noi siamo forti, non ci muoviamo
di qui!” E, anche se solo alcuni, per fortuna, non seguirono questo esempio. |
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La
provinciale a Mezzoldo
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A casa l’anziana nonna seduta sulla sedia vicina alla stufa sbatté
le palpebre appena sentì arrivare Lara, come faceva sempre quando
qualcosa la faceva sobbalzare. Da qualche anno era completamente cieca,
ma nonostante le mancasse la vista, udito e olfatto funzionavano ancora
perfettamente. Chiese alla nipote di sedersi vicino a lei e di raccontarle
cosa stava succedendo fuori. La sua voce tremava, non riusciva a nascondere
la paura. “I fulmini illuminano il cielo, nonna, prima il fiume ha rotto
gli argini ed ha invaso tutto il prato dello zio Camillo. Il vento è
fortissimo e ha fatto volar via tutte le bandiere”. La festa di san Giovanni
Battista era già passata ormai da quasi un mese ma gli addobbi sarebbero
rimasti al loro posto fino all’Assunta. “Nonna, non gira un cane… dal parcheggio
qui sotto l’acqua viene fuori come una cascata, ha rotto tutte le tubature…”.
La ragazza uscì per un istante sul balcone della cucina: uno spettacolo
macabro si posò violentemente sui suoi occhi già fradici
per la pioggia. Le pecore e le galline che popolavano il recinto dello
zio Camillo sotto casa sua cercavano disperatamente di sfuggire alla forza
distruttrice dell’acqua che era straripata sgretolando gli argini come
fossero fatti di Lego. Alcuni capi vennero risucchiati e il loro colore
si fuse con quello dell’acqua, per poi scomparire. Mai spettacolo agli
occhi di una bambina apparve più orrido. Le campane cominciarono
a suonare le loro tristi note: ma non era il solito din don dan che ogni
sabato richiamava i fedeli alla messa prefestiva; il loro suono giunse
chiaro e repentino agli orecchi dell’anziana signora. “Sant’Antone, arda
zó!
SalveReginaMaterMisericordiaeVitaDulcedo…”. Il suo viso impallidì
rapidamente. Lara si preoccupò non poco. “I campane i ce ciama all’attenziù
dac quande ol pais l’è en pericolo. Me, le ho sentide sùnà
isè quande gh’ire vint agn. Ol pais l’ira invass dai fascisti, ch’ei
del Musolini. Gliera catif… i bastunàa töcc ch’ei chi völea
miga daga de mangià. I fasea pura, semper con chela pistola, chela
che la spara! Öna ölta il m’è miga entrà in cà
quande ol mè pare l’ira a laurà? L’a sparà tri culpe
al tècc, l’a rubà ol galine e il l’a brüsà la
stala del nóno: poero nóno! I campane seguitàa a sunà,
i aeri i pasàa sopra i crape; i cercàa i partigiani ch’i
siri nascundü. E si li truàa miga l’irano bòte…”.
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| Bruno guardò la pendola appesa al muro della cucina. Mancavano
pochi minuti alle cinque. Quel sabato aveva anticipato la visita alla fidanzata
per poter trascorrere con lei più tempo e salutarla al meglio, dal
momento che il giorno seguente avrebbe dovuto partire per un viaggio negli
Stati Uniti, il viaggio della svolta. “Quando tornerò sarò
il leader della mia azienda, e nessuno oserà più darmi degli
ordini!”, proclamava con tono fermo ma sorridente alla fidanzata mentre
guardavano dalla finestra il fiume sotto di loro che cresceva a vista d’occhio.
Più e più volte era stato invitato dalla famiglia della giovane
a fermarsi a cenare, per non correre rischi inutili percorrendo i venti
chilometri in macchina che lo separavano da San Giovanni Bianco. “E’ meglio
che mi metto alla guida subito, così arrivo a casa prima di cena”.
Salutò la giovane con un tenerissimo bacio sulla fronte; in quel
momento cieli e nubi si accorsero di quanto la forza dell’amore potesse
piegare anche la natura più ostile e tacquero un lunghissimo silenzio.
Bruno scappò dal portone senza voltarsi, agli occhi due lacrimoni
da bambino minacciavano di rigargli il viso: “Quando torno ti sposo Denise!”
urlò alla ragazza mentre montava in macchina. “Ti sposo!”. Cinque
nitidi rintocchi scandirono la tempesta nel paese. Ognuno accostato alla
propria finestra cercava nella cupola del cielo un segno di grazia, un
bagliore, una manifestazione divina. |
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Metà
carreggiata portata via dal Brembo
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In ogni abitazione si provava in tutti i modi ad aspettare pazientemente
la fine del diluvio. Nonostante questo, era il caos. Nella casa della Fattucchiera
al centro del paese giravano strani discorsi, sulla fine del mondo, sulla
punizione che Dio ci aveva riservato per la nostra malvagità e per
il nostro egoismo. Altri erano fiduciosi: prima di sera tutto si sarebbe
tranquillizzato. Ma, senza volerlo, o forse senza nemmeno rendersene conto,
si cadeva comunque in previsioni drammatiche: i turisti impauriti sarebbero
scappati, gli orti erano ormai del tutto compromessi, le fognature comunali
da rifare. La signora Pini, dall’alto dei suoi vissuti settant’anni, chiamava
a sé, con urla disperate, le donne che abitavano le case vicine
alla periferia del paese. Si trattava in particolare di villeggianti e
ospiti, sorpresi dalla bufera nel loro soggiorno montano. Usciva sul balcone
con aria di sfida e piantandosi in mezzo gridava, pregava e chiedeva dell’ulivo
benedetto. Dietro le tende accostate delle case vicine, le signore non
potevano non notarla mentre i capelli color argento sporco le venivano
stirati dal vento che sembrava volerglieli strappar via dalla sua testa
rugosa. Le braccia al cielo minacciavano altre disgrazie. Una strega; pareva
una strega e nessuno poteva affermare con certezza che non lo fosse davvero.
Le donne accorsero velocemente a casa Pini sia per evitare di soffermarsi
troppo a lungo, sole, in balia del giudizio universale, sia per cercare
di calmare la vecchia matta che rischiava da un momento all’altro di cadere,
sotto la spinta del vento, dal parapetto. La sera si distese livida sul
paese che non erano ancora rintoccate le campane dell’Ave Maria. Il fumo
scuro uscente dai comignoli si fondeva con la notte terrosa del cielo.
L’ulivo benedetto il giorno delle Palme veniva bruciato nel camino della
signora Pini. Con lui anche preghiere, pianti e piagnistei risalivano a
fatica la canna fumaria, cercando, almeno nelle illusioni, di raggiungere
Dio. Al di là della strada un’altra donna sostava inquieta appoggiata
alla finestra.
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Attraverso quello spiraglio intravide per brevi istanti un uomo elegante
con un mazzo di fiori in mano mentre la guardava. Era una giornata bellissima,
il sole illuminava il viso del giovane e mostrava l’amore più profondo.
Avrebbe voluto uscire ad abbracciarlo e gridargli: “Sarò tua per
sempre!”. Uno strattone alle spalle la fece barcollare, improvvisamente
il paesaggio tornò ad essere cupo e violento, il cielo continuò
a crollare disperdendosi sulla strada. La piccola Marika chiedeva del padre,
chiedeva quando sarebbe tornato, se avrebbe giocato con lei alla casa delle
bambole come le aveva promesso. Il volto della madre imbiancò in
una maschera di paura, muta, che non riuscì né poté
comunicare alla bambina la sua angoscia. Ma lei, così intelligente
per la sua tenera età, aveva già percepito il dramma: la
cena scaldata più volte senza nessuno che la consumasse, il posto
del papà vuoto, la sedia immobile. |
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Nei
pressi della Centrale idroelettrica
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La loro cena era trascorsa muta, eppure disperatamente chiassosa a causa
di tutti i dubbi e le paure attorno all’uomo che non aveva ancora fatto
ritorno a casa. Qualcosa doveva essere successo. Denise girava e rigirava
il cucchiaio nella minestra, ipnotizzata dal telefono che non poteva squillare.
Non sentiva niente, neppure le voci dei genitori e delle sorelle che attorno
alla tavola, ormai del tutto sparecchiata, tentavano alla meglio di rassicurarla.
Sì, perché Bruno era già sicuramente arrivato a casa
sua da almeno un paio d’ore; e aveva pure tentato di mettersi in comunicazione
con lei per avvisarla, ma la linea telefonica era fuori uso; e succedeva
spesso dalle sue parti questo inconveniente! E il giorno dopo sarebbe partito
per l’America; e al suo ritorno avrebbero avuto da fare per preparare il
loro matrimonio… Denise sentiva le loro voci imbarazzate, ma non le ascoltava
per niente, le ronzavano in testa come fa un’ape nel sonno che disturba
solamente. Qualcosa, se lo sentiva, doveva essere successo.
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| Qualcosa, purtroppo, qualche tempo prima, era davvero successo. Una
specie di uomo, forse Poldo, emerse a stento dall’acqua e piombò
fradicio negli uffici del sindaco, per l’emergenza ancora aperti. Proveniva
da Mezzoldo basso, la frazione più a sud del villaggio. Non riusciva
a parlare, sembrava quasi che il fango che gli ricopriva i vestiti gli
avesse anche bloccato la lingua. Si espresse a gesti: una sciagura, rottami,
forse una macchina o qualche altro mezzo, un’ondata di terra e di montagna
li aveva portati via. Anche la strada, crollata su sé stessa! Il
cimitero franato, fango, casse da morte nel fiume, ovunque acqua. “Moriremo
tutti!”. La nonna aspettava impazientemente che tutto fosse finito. Pregava
la nipote di sedersi al suo fianco e di raccontarle cosa aveva fatto quella
mattina. Ma Lara non riusciva ad alitare parola, neppure una comune parola
che fosse gioco, amici o simili. Le due donne, sedute sul divano, aspettavano
pregando alla fioca luce di una candela che la giovane aveva accuratamente
posto sul tavolo. |
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Voragine
dopo il bivio per Piazzatorre
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La nonna, pur non vedendo la luce, ne percepiva la presenza dal tepore
che emanava: quella mano di carezzevole calore era l’unico fior di piacere
che si poteva provare in una simile situazione. Fuori dalla finestra solo
il rimbombo del fiume, unito a quello dei tuoni, che però si stavano
allontanando. La pioggia picchiava a scrosci sempre meno ripetuti e violenti:
finalmente il peggio era passato, molta gente poté finalmente tirare
un respiro di sollievo, molta altra, purtroppo, quel respiro l’avrebbe
ingoiato solo giorni dopo o, forse, mai più. Nella piazza principale
del paese, nonostante il buio si presentasse così pesante che si
sarebbe potuto tagliare con una lama, la gente più disperata cominciava
a confluire in un vociare confuso. L’unica nota comune in questa situazione
penosa si concretizzava nelle domande che uomini, donne, anziani e mogli
ponevano al sindaco e alle altre autorità che, ormai sull’orlo di
una crisi di nervi, resistevano all’alluvione. Il sacrestano aveva da poco
suonato le nove quando una prima comunicazione venne stabilita col paese
vicino, grazie alla ricetrasmittente, a dir il vero un po’ troppo vecchia,
che Poldo utilizzava quando, più giovane, soleva chiudersi nel bosco
per mesi, a caccia. La frequenza della radio era molto debole e la linea
che continuava a cadere non permetteva più di qualche parola. Diceva
una voce al di là della cornetta che la strada era davvero crollata
in più punti e che probabilmente Mezzoldo era isolato. Chiedeva
nel più veloce tempo possibile una lista delle persone che mancavano
all’appello, i dispersi. Alcuni, sentendo pronunciare quel nome, ebbero
un mancamento, mentre nella loro mente si concretizzava l’idea che il proprio
caro non poteva che essere dall’altra parte di quel ponte che ora non c’era
più. Quattordici dispersi, tra di loro una sola donna. Da una strada
secondaria sbucarono con gli abiti fradici di acqua fango e lacrime, Denise
e sua madre. Sul volto pallido della giovane si leggeva tutta la sofferenza
dell’ansia e della paura. Il suo fidanzato venne aggiunto alla lista dei
dispersi. All’improvviso un calo di pressione la costrinse a farsi sorreggere
da chi accanto a lei si stava con consumando nella stessa angoscia.
Intanto la mamma di Marika singhiozzava: “Hanno visto un rottame distruggersi
giù per il fiume, e di mio marito non so più niente da questo
pomeriggio. Marika non fa che chiedere del padre, non l’ho mai vista così
angosciata. L’ho messa a dormire dai miei suoceri ma sono certa che non
chiuderà occhio. Nessuno stanotte potrà chiudere occhio.
Come farò a crescere una bambina da sola, vedova, in un paese che
non è neanche il mio?”. I suoi singhiozzi sembravano davvero parole…
ma per Denise non poteva esistere parola degna né di essere ascoltata
né di essere pronunciata. Si chiudeva sempre più nei suoi
incubi a occhi aperti, vedeva il suo Bruno freddo e immobile in una bara
nera, lo vedeva davanti a lei mentre la salutava prima di salire in macchina.
Avrebbe voluto correre da lui ma le gambe e la fantasia glielo impedivano.
Crollò poi su una sdraio e lì, nel garage del pullman, s’immerse
in un sonno che aveva più i sintomi di un coma. E intanto l’attesa
degli uomini al tavolo era rotta a distanza di pochi minuti da brevi e
confusi segnali radiofonici dell’importantissimo CB.
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Durante la notte la pioggia cessò quasi del tutto. Il cielo
nascosto ora tornava a fare capolino sulle montagne circondato da fini
e striate nuvole rosse. Lo spettacolo più gradito che l’inferno
avesse mai presentato. Marika, nel lettone dei genitori, si muoveva confusamente
e nel sonno caotico e pieno di incubi aveva svegliato la madre che vi era
caduta pochi istanti prima. La donna pensò che lì, guardando
il soffitto, non si sarebbe resa utile alle ricerche del marito. Scese
dal letto, mandò un bacio alla piccola che ormai era scomparsa sotto
le coperte e, nonostante le costasse parecchio lasciarla lì sola,
uscì di casa infilandosi un lungo soprabito. Pochi passi ed era
già alla postazione lasciata poche ore prima. L’unica notizia positiva,
giunta dai radioamatori del paese vicino, riguardava i soccorsi. Dicevano
che tutta la Provincia era stata allarmata dall’ondata di maltempo ma che
la situazione peggiore, quella di Mezzoldo, doveva avere la precedenza
assoluta. |
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La
provinciale per Mezzoldo non esiste piu'
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Militari dell’esercito sarebbero arrivati lassù tramite elicottero
non appena fosse giunta l’alba; con loro, viveri e medicinali, pane,
esperti geologi, uomini della protezione civile e un medico. Avrebbero
poi stimato i danni, aiutato le famiglie sfollate e fatto il possibile
per quelle i cui familiari erano ancora dispersi. Si aspettava dunque il
sorgere del sole. Ma la giovane mamma non voleva attenderlo in quello stagno
di angoscia. Decise di tornarsene a casa proprio mentre la strada iniziava
a luccicare con rossi bagliori riflessi dal cielo. Era l’alba dopo il diluvio
universale. Decise di percorrere la strada più lunga per rincasare;
si rese però immediatamente conto che non era stata un’idea eccellente:
ovunque fango e acqua le mordevano i piedi. Un piccolo torrente che da
sempre discendeva pacifico dal dorso della montagna passando sotto un ponticello,
ora si era trasformato in una valanga di rami, massi del colore della terra
più sporca. Il ponte era impraticabile: la colata aveva raggiunto
ed abbattuto le protezioni e ferito le assi di legno, molte delle quali
mancavano all’appello. Virò nella viuzza dove abitava la sua amica
Rina. Un’irresistibile voglia di sentirla la invase, voleva sfogarsi con
qualcuno, voleva piangere la sua angoscia con lei sola. Erano quasi le
sei, avrebbe capito. Rina, dal canto suo, vivendo sola, non aveva potuto
permettersi il lusso di dormire: una frana bagnata e maledetta le aveva
distrutto completamente il giardino sul retro e sventrato il cuore dell’abitazione.
Fango e acqua si erano infiltrati fin dentro il bagno, sgretolando come
polistirolo le due finestre che davano le spalle al paese. Le due donne
si misero al lavoro cercando di rimuovere le macerie, mentre fuori le persone,
come tante formiche, uscivano dalle case cercando piano piano di riconoscere
quel villaggio che non sembrava più appartenesse a loro.
I bambini, con occhi incantati, poterono ammirare per la prima volta
nella loro vita il grosso elicottero a due pale che, ormai da dieci minuti,
sovrastava il centro. Cercava un posto sicuro dove atterrare. Ma a Mezzoldo,
quella mattina, neppure la chiesa poteva considerarsi luogo sicuro! Si
abbassò in uno spiazzo in periferia: dal suo ventre uscirono, come
dal cavallo di Troia, uomini in divisa da militare, caddero pacchi, sacchi.
Finalmente ebbero inizio i soccorsi. La postazione alla ricetrasmittente
non si era fermata un solo istante. La folla attorno ad essa continuava
a chiedere... Arrivarono buone notizie riguardanti dispersi ritrovati che
si erano messi in salvo nei paesi vicini. Purtroppo giunsero anche le prime
notizie tregiche: il corpo di una fanciulla, che con alcuni amici era stata
sorpresa da una valanga d’acqua mentre campeggiava lungo il fiume, veniva
recuperato in quegli istanti a circa trenta chilometri di distanza, dopo
che la sua folle corsa era stata fermata dalle reti di una centrale idroelettrica
a valle. Rimanevano nella lista i nomi di Bruno e del padre di Marika.
Nel frattempo la piccola si era svegliata di soprassalto, quasi qualcuno
l’avesse chiamata. Notò subito la mancanza della mamma e del padre;
ricollegò ogni cosa. I raggi del sole che entravano dagli spiragli
della finestra le bruciavano gli occhi ancora semi addormentati. Uscì
lo stesso sul balcone, voleva vederlo in faccia quel sole che per così
tanto tempo era mancato al cielo. Fissava come pietrificata il vuoto di
fronte a sé. Ad una tratto un oggetto che si muoveva al di là
della valle, sul versante opposto della montagna, attirò la sua
attenzione; tra l’erba verde smeraldo intravide un animale, forse un capriolo.
No! Era un uomo, muoveva il braccio avanti e indietro: era il suo papà!
Marika cominciò a gridare come una pazza! Gridava senza capire cosa
stesse dicendo, le sue urla attirarono l’attenzione di alcuni anziani che,
sotto casa sua, stavano discutendo animatamente. Finalmente la madre di
Marika pianse le sue lacrime di gioia tra le braccia del marito e della
figlia, la sua odissea era terminata da pochi minuti, dopo che una piccola
schiera di uomini era giunta a salutare l’impresa del “signore che appeso
al filo ha potuto oltrepassare il fiume in piena dopo avere attraversato
il dorso della montagna con ai piedi un solo paio di stivali di gomma offerti
dalla popolazione del paese vicino” (così un giornale sottolineava
l’impresa). Tutti domandavano, nessuno rispondeva: troppo importante l’amore
e l’affetto in una situazione del genere! Il dottore poco dopo volle accostarsi
a quell’uomo che, da quanto era sporco e bagnato, di umano non aveva conservato
neppure le sembianze! Su una macchina lo trasportarono all’ambulatorio
comunale dove poté ricevere le cure del caso; egli continuava a
ripetere di non averne bisogno, di sentirsi bene e di voler solo trascorrere
quella giornata in compagnia della sua famiglia. Il medico, un uomo sulla
quarantina, alto e barbuto, rimase solo nell’angusto stanzino, riordinando
carte e cartacce.
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| Un tocco vellutato risuonò alla porta e un esile
figurino ne fece capolino: era Rina, mandata dal sindaco con l’incarico
di chiedere se gradiva un caffé caldo in compagnia delle altre autorità.
Ma la sua bocca non riuscì a proferire parola. I loro occhi s’incontrarono
in un silenzioso abbraccio ed intreccio di sguardi, i volti iniziarono
a fiammeggiare. “Ha visto signora che cielo incantevole che il nostro Dio
ci ha voluto regalare dopo tanto inferno? Dalle mie parti mai si è
visto uno spettacolo del genere!”. La donna, aveva perso ogni cognizione
di tempo, luogo e circostanza, fissava e fissava il punto che il medico
le aveva mostrato fuori dalla finestra. I loro cuori erano già irrimediabilmente
esplosi. Ma un altro giovane cuore si era spezzato quella mattina: Denise,
in preda alla disperazione più atroce aveva abbandonato la postazione
radio, rassegnata che la macchina investita dalla frana a valle fosse proprio
quella del fidanzato. |
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Detriti
e legname rimasti sulla provinciale
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Anche lei fissava fuori dalla finestra il posteggio, reso irriconoscibile
dal fango e dai detriti, dove neppure ventiquattro ore prima Bruno aveva
parcheggiato la sua automobile. Ripensò a come aveva imparato a
guidare su di essa, alle volte che si era trasformata nel loro nido d’amore,
ai progetti di venderla appena dopo il matrimonio, al giorno delle nozze,
al
vestito bianco, alla luna di miele sulla nave più lussuosa del mondo,
al loro primo bacio, al loro addio… Odiava se stessa per non avere impedito
al ragazzo di andarsene, odiava Bruno per non averle dato retta, odiava
le sorelle così patetiche nelle loro parole di conforto, odiava
la gente, così disperata per i fatti propri da non poter capire
il suo dolore, odiava quella donna perché aveva potuto ritrovare
suo marito, odiava Dio perché le aveva strappato ogni straccio di
futuro. Aprì di scatto la finestra, ma un vento gelido ed inaspettato
le ghiacciò le lacrime; indietreggiò guardando il sole che
a poco a poco entrava nella sua cucina: non voleva dare al destino la soddisfazione
di prendersi anche la sua anima.
La piazza traboccava da ogni lato, un flutto di persone dai vestiti
colorati si accalcava ai piedi di un palchetto costruito in legno per l’occasione.
Qualcuno guardò quel cielo serale e riconobbe nel rossore lontano
delle nubi il colore che dieci anni prima aveva dato fuoco in quella mattinata
estiva al paese. “La mattina dopo il diluvio”, dicevano. Su un lenzuolo
candido appeso al muro del comune, proiettarono delle diapositive. Un signore
e una signora, meravigliandosi di essere stati immortalati così
giovani, si strinsero più forte in un abbraccio commosso. Il tempo
trascorso non aveva per niente levato ai loro occhi l’incanto del primo
incontro, esattamente dieci anni prima. Una ragazza dal gesto orgoglioso,
dietro di loro, mostrava agli occhi incantati della piccola sorellina l’immagine
del loro padre mentre sta per essere tratto in salvo. “L’ho visto io per
prima, dall’altra parte della montagna!” le ripeteva fieramente. Un’altra
fanciulla, nel fiore dell’adolescenza, salì sul palco; in mano teneva
la poesia scritta in ricordo di quel terribile giorno. Lesse le parole
ad alta voce, rivolgendo al cielo un altro paio di occhi e il cuore, in
saluto alla sua cara nonna:
La tua calma, la tua irruenza la tua cattiveria, il tuo aiuto impagabile;
chi ancora bambino non si è accorto di ciò?
Ho sbirciato il tuo braccio spiegarsi dalla finestra, strappare all’illusione
ogni briciola di speranza;
chi già grande può non ricordare?
La tua quiete, la tua assetata assenza ora non possono chiudere gli
occhi dell’uomo che ti chiamava alluvione.
Eppure crolli scrosciando saltando, o ballerina indecisa, scegli all’ultimo
sasso il tuo soave passo...
Vibri e zampilli di vita vera la notte il tuo suono affievolisce con
le mie veglie celesti,
il tuo rimbombo mi stringe più forte che posso per poi scomparire...
Mia sete famelica e soffice a nessuno mai sua sarai!
In fondo alla piazza un’altra donna piangeva ancora, ma questa volta
di commozione. Dieci anni prima quel maledetto destino le aveva portato
via l’amore. Al suo fianco un giovane alto e moro le cingeva le spalle,
nel gesto più tenero ed affettuoso che la natura potesse creare.
Dentro di sé cercava le parole adatte per chiedere: “Vuoi sposarmi
Deni?”.