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Il ricordo dei Caduti di Moio dè Calvi

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Discorso domenica 1 novembre 2009
Il 4 novembre, una data da non dimenticare.
Nel corrente anno si celebra il 91° anniversario della Vittoria del nostro paese, nella prima Grande Guerra, quella del 1915-1918. ma il 4 Novembre, in Italia, è anche la festa delle Forze Armate, ossia degli uomini in armi chiamati a vigilare sulla nostra sicurezza, sulla pace, che i morti in guerra hanno guadagnato per noi, riscattando la nostra terra dal dominio straniero. Uomini in armi che nel quadro generale della cultura, della civiltà e della pacifica convivenza, tra gli uomini, presenziano, secondo le disposizioni delle nazioni Unite, territori nei quali, in nome di un credo di comodo, la libertà è compromessa, o addirittura soggiogata dalla sopraffazione di altri, che mirano a tenere in schiavitù popolazioni inermi. Della prima Grande Guerra non vi sono più testimoni. I militari italiani morti in quella terribile folla avventura, nella quale risultarono coinvolti molti paesi, furono 600mila, come dire che ogni mille uomini mobilitati sui vari fronti, ben 105 non fecero ritorno a casa, in seno alle proprie famiglie. Cari concittadini, la ricorrenza del 4 novembre mi ha suggerito di fare riferimento a due eventi dai quali scaturisce il significati e il senso di Patria:
• L’erezione del monumento – nel 1921 – al Milite Ignoto a Roma;
• Il sacrificio dei nostri Parà della Folgore in Afghanistan il 17 settembre 2009.
Siamo di fronte a due fatti di estrema commozione, ai quali dobbiamo fare riferimento, per non perdere il senso di Patria, e per ricordare a ciascuno di noi, ma anche a tutta la comunità, che i valori del convivere passano attraverso il superamento degli egoismi personali, economici e politici.
A) Il Milite Ignoto italiano
Sulla scorta di analoghe iniziative che erano già state attuate in Francia ed in altri Paesi coinvolti nella prima Grande Guerra, il colonnello Giulio Douhet nel 1920, per primo in Italia propose di onorare i Caduti italiani, le salme dei quali, non erano state identificate. L’ufficiale maggiore chiese che fosse realizzato a Roma, un degno monumento al milite ignoto cosicché, il “milite” divenisse il simbolo di tutti i caduti, rimasti sconosciuti, non identificati.
La proposta del colonnello fu presa in seria considerazione, e dalle autorità politiche fu deciso di erigere la tomba del Milite Ignoto nel complesso monumentale del Vittoriano in piazza Venezia, a Roma, ove sta superba la statua della dea Roma. Fu pure deciso che proprio sotto la statua che simboleggia la grandezza, la perennità, la ….. divinità di Roma, sarebbe stata tumulata la salma di un soldato italiano sconosciuto, selezionata, tra quelle dei caduti della prima Guerra mondiale. La scelta venne affidata alla signora Maria Bergamas, madre del volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall’esercito austriaco per unirsi a quello italiano, ed era caduto in combattimento; il suo corpo non fu mai ritrovato.
Il 26 ottobre 1921, nella Basilica di Aquileia, furono allineate undici bare, entro le quali erano stati posti i resti dei nostri Caduti, in diverse aree del fronte, della prima Grande Guerra. La signora Maria venne posta di fronte alle undici bare allineate; quella che lei avrebbe scelta sarebbe stata tumulata nel Vittoriano a Roma, e il soldato in essa composto, sarebbe divenuto il Milite Ignoto italiano. Dopo essere passata davanti alle prime bare, la donna sopraffatta dal dolore non riuscì a proseguire, e gridando il nome del figlio si accasciò al suolo davanti a una bara; quella bara fu scelta come simbolo. Collocata sull’affusto di un cannone e accompagnata da reduci decorati al valore e più volte feriti, fu deposta su di un carro ferroviario appositamente preparato, e agganciato alla locomotiva per il viaggio verso Roma. Le altre dieci salme rimaste ad Aquileia furono tumulate nel cimitero di guerra che circonda il tempio romano della città.
Il viaggio del treno verso la capitale fu lento, per consentire alle molte persone ferme nelle stazioni, di rendere omaggio al Milite Ignoto Italiano; ad attenderlo a Roma erano convenute tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, e delegati con le bandiere di tutti i reggimenti. La bara, fu trasportata nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli da un gruppo di decorati di medaglia d’oro, e dopo le onoranze funebri, fu posta nel monumento preparato al Vittoriano. Era il 4 novembre 1921. sul marmo l’epigrafe solenne con la scrittura in latino Ignoto Militi (al soldato sconosciuto) e le date di inizio e di fine del primo conflitto mondiale. Da allora davanti al monumento arde una lampada e presta servizio perenne un Picchetto armato. Il Milite Ignoto fu decorato con la Medaglia d’oro al valor militare. Questa la motivazione: Degno figlio di una stirpe prode, e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie, e cadde combattendo, senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria.
B) I Parà della Folgore - Eroi in Afghanistan
Mercoledì 17 settembre 2009, sulla strada per l’aeroporto di Kabul in Afghanistan fu strage, rivendicata dai talebani, integralisti islamici. L’autobomba seminò morte tra i nostri militari che viaggiavano su auto blindate, e tra i civili. Morirono sei Parà della Folgore. Altri quattro militari italiani (tre paracadutisti e un aviere) rimasero feriti. Molte le vittime anche tra i civili: morti oltre 20 afghani, che affollavano un mercato vicino; ferite 60 persone. Lunedì 21 settembre 2009 a Roma, nella Basilica di San Paolo fuori le mura, la cerimonia dell’ultimo saluto ai sei Parà, composto ciascuno in una bara avvolta dal tricolore. E’ stata la giornata dei funerali di Stato, presenti le massime autorità del nostro Paese, familiari, e amici dei Caduti. I funerali solenni sono stati presieduti dal vescovo militare, monsignor Vincenzo pelvi il quale, tra i molti pensieri espressi, affidò alla platea dei fedeli convenuti, anche il seguente messaggio: “Nessun militare caduto per il proprio dovere è eroe da solo; lo è inscindibilmente con la sua famiglia e con la sua patria”. Concludiamo anche la noi la cerimonia del IV novembre 2009 abbracciando idealmente tutti i caduti per la libertà, con un pensiero e mentre risuonano nel nostro animo le note del Silenzio, pronunciando idealmente i loro nomi, rispondiamo per loro, e con loro all’appello : “Presente”.
Tornando alle nostre case rievochiamo le gesta, il coraggio e l’eroicità dei Caduti ringraziandoli per l’esempio.
VIVA I CADUTI VIVA L’ITALIA
Dalla residenza municipale di Moio de’ Calvi, 01 novembre 2009
Discorso domenica 2 novembre 2008
Cari Cittadini,
Ricorre quest’anno il 90° Anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale.
Quei freddi giorni di novembre, nei quali si consumò la resa dell’esercito austro-ungarico a Villa Giusti presso Padova e dei tedeschi nella foresta di Compiègne in Francia, hanno assegnato al 1918 un ruolo chiave nella storia non solo dell’Italia ma anche dell’Europa e del mondo intero. Il conflitto del 1915-18 ebbe il triste primato di aver coinvolto per la prima volta tutte le nazioni in un unico episodio bellico, provocando milioni di morti e devastazioni. Fu definito questo conflitto “la Grande Guerra”, in qualche caso con un’enfasi di dubbio gusto che traeva spunto da una Vittoria, ma poggiava sull’immane tragedia di tanti caduti e di tante famiglie. Quei giorni, quel secolo sono ancora dietro la porta, tuttavia appaiono ormai quasi preistoria, soprattutto per le nuove generazioni, in un’epoca ipertecnologica dove noi tutti siamo proiettati verso il futuro, trascurando non solo il passato ma a volte anche il nostro presente. Il dovere del ricordo risiede in una necessità di conoscenza storica, ma anche e soprattutto in un atto di riconoscenza a quanti lasciarono le proprie case e i propri affetti per difendere la Patria, per combattere per un ideale di libertà che ancora oggi apprezziamo compiutamente nella vita di tutti i giorni.
Un dovere che dobbiamo vivere con entusiasmo e non certo con sopportazione, come a volte richiamo di fare liquidando come “nostalgici” quanti, sempre più anziani, ricordano quei giorni e quegli anni, quel 1918 in cui dalla disfatta di Caporetto si passò all’epilogo di Vittorio Veneto. Quasi una metafora di quel contrasto stridente fra l’enfasi del trionfalismo e la cruda realtà di morti e feriti. “Tutte le guerre sono civili, perchè tutti gli uomini sono fratelli”. E’ una frase del teologo e poeta francese Francois Fénelon, che già alla fine del ‘600 mostrava di avere ben chiara l’immane tragedia umana che sempre una guerra comporta. Un’esperienza tragica ben presente nei racconti dei reduci, nelle lettere dal fronte e in tanti ricordi che soprattutto la gente comune ha mantenuto vivi in tanti decenni. Nei giorni scorsi è morto in Veneto l’ultimo reduce ancora vivente di quel conflitto e in queste settimane la nostra comunità ha salutato e saluterà Domenico Pedrotti e Domenico Beltramelli, due concittadini che sempre hanno mantenuto vivo il ricordo delle tragedie belliche.
Ma non pensiamo che l’inesorabile passare degli anni sia sufficiente per chiudere un capitolo, per archiviare definitivamente quei fatti sui libri di storia e seppellirli con quanti ce ne hanno fatto memoria. La scorsa estate, mentre tutti avevamo modo di trascorrere a Moio vacanze serene, a meno di due ore di aereo da qui in Georgia e in Ossezia le ombre terribili della guerra si sono allungate minacciose e cruente. A questo si aggiungano i mille conflitti che insanguinano ogni giorno tanti angoli del mondo. Questo per dire che il ricordo di quanto avvenne 90 anni fa non è soltanto statistica o nostalgia, ma ammonimento concreto, attuale e perpetuo affinché possano sempre trionfare il dialogo, la concordia e la pace, consapevoli del grande dono di libertà che ci è giunto grazie al sacrificio dei nostri caduti.
Per questo ribadiamo con gratitudine sincera: W I CADUTI, W L’ITALIA
Discorso domenica 4 novembre 2007
Cittadini, oggi, come ogni anno, ci ritroviamo a celebrare l’Anniversario della Vittoria del 1918, l’atto conclusivo del primo conflitto mondiale.
La “Grande Guerra” come spesso viene definita sui libri di storia, serba di “grande” soltanto il brivido di orrore che anche a distanza di anni percorre ciascuno nel rileggere i numeri di un conflitto che segnò profondamente la storia dell’umanità. Una strage mai verificatasi prima: solo in Italia morirono 680.000 uomini e 1.200.000 tornarono con gravi invalidità. E’ importante ricordare non soltanto morte e distruzione, ma anche gli ideali che animarono i cuori di tanti giovani, strappati loro malgrado agli affetti e anche ai nostri monti e portati a difendere sul Piave novant’anni fa la nostra libertà. Non c’era certamente in loro una volontà bellica decisa e insensata: c’era piuttosto un senso del dovere alto e irrinunciabile. La patria chiamava e si doveva partire, comunque e dovunque, a Roma e a Napoli, ma anche a Moio, al Curto e al Foppo.
Oggi, per ricordare questi morti, dobbiamo loro la stessa risposta convinta, lo stesso senso del dovere. Un dovere che per fortuna non ci chiama al fronte, ma ci chiede impegno quotidiano per continuare a costruire pace, amore e fratellanza. Un impegno dal quale nessuno è escluso, in nessuna situazione. I valori si costruiscono dal basso, dalla volontà di tutti a riconoscere nell’altro qualcuno con cui dialogare e confrontarsi. Se questo è l’approccio con il quale ogni giorno costruiamo i nostri rapporti, nel lavoro, nella scuola, nella vita familiare, nei rapporti di vicinato, nella vita pubblica, nello sport, nell’impegno di volontariato, il sacrificio dei nostri caduti non sarà risultato vano.
La “Grande Guerra” fu di fatto l’atto finale del nostro Risorgimento. All’indomani dell’Unità d’Italia, che oggi viene celebrata, Massimo d’Azeglio ebbe a dire: ”Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani!”. Questo cammino non si può dire concluso: solo rafforzando la comune identità e la coesione, l’Italia può esprimere le sue potenzialità e far valere il suo contributo di nazione indipendente e partecipe dell’Unione Europea. Anche i fatti di questi giorni, rispetto ai quali i moti di odio e giustizialismo paiono irrinunciabili, deve essere forte il nostro sforzo di pace. Dobbiamo tendere alla giustizia, con rigore e certezza, ma mai deve prevalere la vendetta, che è preludio di lacerazioni e odio ancor più grandi. Basti pensare che anche i milioni di morti del primo conflitto mondiale ebbero origine, nel 1914, proprio da un singolo episodio, che vide ucciso a Sarajevo l’arciduca Ferdinando.
Oggi si ricordano e si festeggiano anche le Forze Armate. Esse sono al servizio della sicurezza interna e della pace internazionale. Voglio ricordare i carabinieri, che tanto apprezziamo nel loro servizio quotidiano, articolato e difficile, e i nostri alpini, che in Afghanistan contribuiscono alla rinascita di quella terra martoriata. I militari di oggi hanno un compito delicato, soprattutto nelle missioni all’estero: sono vicini a coloro che soffrono e con il loro impegno consentono a tante popolazioni di sperare in un futuro migliore. La nostra Costituzione sottolinea che l’Italia ripudia la guerra quale mezzo di offesa verso altri popoli e nel contempo sottolinea il dovere di difendere la patria. Non si tratta di due concetti fra loro contrastanti, a patto che si intenda la difesa della patria come difesa di valori di giustizia e di pace e non di interessi o predominanze. La resistenza al nazismo della seconda guerra mondiale è un’altra pagina di una storia che continua a proporre ingiustizie da risolvere. Si torni per questo a ridare dignità e alto profilo alla politica, al dialogo costruttivo, ricordando che ogni consesso, dal Parlamento al nostro piccolo Consiglio Comunale, è espressione di libertà creata dal sacrificio dei nostri Caduti.
Vorrei concludere con una breve citazione, tratta da un libro dello scrittore Emilio Lussu, che ricorda l’esperienza al fronte:
Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!
E proprio nell’essenza dell’ “essere uomini” risiede la grandezza non già di una guerra, ma del sacrificio dei nostri caduti.
W i Caduti! W l’Italia!
Discorso domenica 5 novembre 2006
Cittadine e cittadini,
Celebriamo oggi la Giornata dedicata ai Caduti, alle Forze Armate e all’Unita’ d’Italia, nel ricordo della fine vittoriosa del primo conflitto mondiale. Dopo 41 mesi di guerra combattuta e sofferta dai soldati e dalla popolazione civile, l'Italia porto' a compimento il processo unitario, avviato nel risorgimento. Dopo i lunghi anni di lutti e di sacrifici forte era in tutti la speranza di una pace durevole e determinata la volonta' di promuovere e consolidare la pacifica collaborazione fra i popoli. In poco tempo invece si ricrearono le condizioni che coinvolsero l' europa e il mondo intero in un nuovo e piu' tremendo conflitto.
Qualcuno ritiene che esistano “guerre giuste”, che a volte sia ineluttabile il ricorso alle armi. Nel terzo millennio pare francamente impossibile che non si possano trovare vie di dialogo, di conoscenza e di reciproco interesse che possano evitare morte e devastazione. Il dialogo tra gli stati trova oggi nuove possibilita' di sviluppo all' interno di organismi internazionali costituiti per comporre i conflitti e favorire la cooperazione e l' intesa in campo politico, economico e culturale. Anche tra i fondamenti della nostra Costituzione c’e’ l’affermazione chiara e determinata che la nostra repubblica ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Il patrimonio ideale per il quale tanti italiani si erano generosamente battuti ed eroicamente immolati fu ripreso e valorizzato in tal modo, ma tutto questo potrebbe restare semplice retorica. Il ricordo dei caduti e di quella “Vittoria” che richiede almeno di essere virgolettata per rispetto ai milioni di morti che il conflitto causò, deve assumere oggi e sempre i contorni di un momento di riflessione e riconoscenza, un momento di impegno convinto e deciso. I nostri Caduti, strappati agli affetti e alla quiete dei nostri monti, ci insegnano soprattutto, anche a 90 anni di distanza, che il sacrificio e la rinuncia sono alla base di qualsiasi conquista. Oggi ricordiamo per questo anche le nostre forze armate, quanti operano in missioni all’estero, dove ancor oggi pagano la vita l’impegno per un mondo migliore, a Nassirya e in Afghanistan, dove sono caduti alcuni giovani alpini.
Anche nella vita di tutti i giorni, ad un posto di blocco, per una rapina o in uno stadio si esalta il quotidiano impegno di coloro che esercitano funzioni di ordine pubblico. La rinuncia e il sacrificio sono alla base anche dell’impegno sociale di molti semplici citadini, che ogni giorno con passione ed entusiasmo rendono piu’ vive le nostre comunita’, che tengono vivo un tessuto sociale fatto di dialogo, volontariato, associazioni, semplice dedizione alle cose e soprattutto alle persone. Non sembri ardito questo accostamento, questo ricordo pieno di gratitudine. Un governo, una nazione, un comune potranno realizzare opere e finanziare progetti, ma dovremo sempre sentirci responsabili nel mondo, in Italia e a Moio de’ Calvi, di un futuro migliore, di una vera liberta’ e di una democrazia duratura.
Se ci pensiamo il monumento ai caduti e’ una componente essenziale in un qualsiasi paese: la chiesa, il municipio, il cimitero e il monumeto ai caduti. Non facciamo l’errore di ritenerlo un semplice arredo, una cosa dovuta e superata. Allo stesso modo potremmo sbagliare ritenendo questa cerimonia e questo discorso inutile e ripetitivo. Facciamo in modo invece di aver presente ogni giorno il sacrificio eroico di molti, per provare ciascuno ad offrire un contributo fattivo, che non renda inutile il sacrificio dei caduti di ieri e di oggi. Il tricolore che oggi indosso a nome di tutti voi sia sempre il segno distintivo di una vera unita’ d’intenti e di valori.
Viva i caduti, viva l’Italia
Discorso Domenica 6 novembre 2005
Cittadine e Cittadini di Moio,
CELEBRIAMO OGGI, CON LA FESTA DELL'UNITA' NAZIONALE, LA GIORNATA TRADIZIONALMENTE DEDICATA ALLE FORZE ARMATE DELLA REPUBBLICA E IN PARTICOLARE AI CADUTI DI TUTTE LE GUERRE. QUESTA RICORRENZA CI RIMANDA AD EVENTI GRANDIOSI E, INSIEME, DOLOROSI DELLA NOSTRA STORIA. 4 NOVEMBRE SIGNIFICA PER NOI ITALIANI LA CONCLUSIONE VITTORIOSA DI UNO SFORZO DURISSIMO CHE PER LA PRIMA VOLTA AFFRATELLO' - FIANCO A FIANCO NELLE TRINCEE - GIOVANI DI OGNI REGIONE E DI OGNI CETO SOCIALE, E PER SEMPRE CEMENTO' CON IL SACRIFICIO DI SEICENTOMILA CADUTI L'IRREVERSIBILE SCELTA DI UN'ITALIA UNITA. LA PRIMA GUERRA MONDIALE E QUELLA VITTORIA CUI DOBBIAMO IL RICORDO DEL 4 NOVEMBRE SONO TESTIMONIANZA ENORME E TRAGICA DELL'INUTILITA' DELLA GUERRA, DELLE MOSTRUOSE INGIUSTIZIE CHE ESSA SCATENA, DEI SOLCHI INCOLMABILI CHE ESSA SPALANCA TRA I POPOLI.
LE GENERAZIONI ATTUALI, NON SOLTANTO QUELLE PIU’ GIOVANI, HANNO CONOSCIUTO QUEI GIORNI TRAGICI SOLTANTO SUI LIBRI DI SCUOLA O NEI RACCONTI DEGLI ANZIANI, DEGLI ZII E DEI NONNI. CORRIAMO IL RISCHIO DI RITENERE QUESTE STORIE COME QUALCOSA DI LONTANO, NEL TEMPO E NELLA MEMORIA. QUALCOSA CHE NON CI RIGUARDA DIRETTAMENTE. IL TEMPO COMPRIME I RICORDI E LA PATINA INESORABILE DELLA STORIA COPRE L’INSEGNAMENTO CRUDO E FORTE DELLA CRONACA CHE MOLTI HANNO VISTO CON I PROPRI OCCHI.
ANCHE NOI, NELLA QUIETE DELLE NOSTRE MONTAGNE, CORRIAMO IL RISCHIO DI NON COMPRENDERE APPIENO COME QUESTO SACRIFICIO ABBIA TOCCATO DIRETTAMENTE LE NOSTRE FAMIGLIE E LE NOSTRE CASE. IL MONUMETO DAVANTI AL QUALE ANCHE OGGI ABBIAMO DEPOSTO UNA CORONA DI ALLORO, NON E’ UN ATTO DOVUTO O UN SEMPLICE ARREDO URBANO, PIU’ O MENO PRESENTE IN QUALSIASI PAESE COME IL MUNICIPIO O LA CHIESA. E’ L’ESPRESSIONE CONVINTA DI CELEBRAZIONE DI QUANTI HANNO VISTO PARTIRE I PROPRI MARITI, I PROPRI PADRI, I PROPRI CONGIUNTI PER UNA GUERRA “LONTANA”, DALLA QUALE NON HANNO FATTO RITORNO.
IO STESSO RICORDO LA MINICHINA DEL CURTO CHE ANCORA TRANSITAVA COMMOSSA QUI AL MONUMENTO PER SALUTARE SUO PADRE, OPPURE TUTTI NOI CONOSCIAMO IL SIGNOR PEDROTTI DI VIA PAPA GIOVANNI, CHE QUI RICORDA IL FRATELLO DISPERSO NEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE. E TUTTI NOI INCONTRIAMO IL RINO BELTRAMELLI, OFFESO DA UNA BOMBA IN SASSONIA. HO VOLUTO FARE DEGLI ESEMPI DIRETTI PER RICORDARE COME UNA GUERRA, QUALSIASI GUERRA, ENTRA NELLE CASE, NELLE FAMIGLIE, NEGLI UOMINI E NELLE DONNE E LASCIA SEGNI INCANCELLABILI. IL NOSTRO DOVERE NON E’ QUELLO DI UN SEMPLICE RICORDO, MA DI UNA PERENNE GRATITUDINE, VISTO CHE ANCOR OGGI GODIAMO DEI FRUTTI DI QUEL SACRIFICIO: LIBERTA’, DEMOCRAZIA; LAVORO E BENESSERE. PROVIAMO A PENSARE QUANTO E’ STRIDENTE IL CONTRASTO FRA LA GRANDEZZA DI QUEI GESTI EROICI E LA BASSEZZA DELLE NOSTRE PROBLEMATICHE QUOTIDIANE, QUANDO RIUSCIAMO ADDIRITTURA A SPARARE PER UN SORPASSO IN AUTO OPPURE PER UN RIGORE ALLO STADIO. OPPURE ANCORA QUANDO ACCAMPIAMO SEMPRE E COMUNQUE DIRITTI ED EVITIAMO ACCURATAMENTE I DOVERI CHE LA COMUNITA’ PROPONE.
IL NOSTRO DOVERE DI UOMINI E’ QUELLO DI DIFENDERE I VALORI NEI QUALI I CADUTI HANNO CREDUTO, ANCHE E SOPRATTUTTO ATTRAVERSO LA SOLIDARIETA’, LA COMPRENSIONE E IL DIALOGO, CHE ESTINGUONO LE GUERRE PRIMA ANCORA DEL LORO NASCERE. SONO MOLTI I TEMI DI CARATTERE SOCIALE ED ECONOMICO CHE POSSONO APPARIRE PRIORITARI AI NOSTRI GIORNI, MA IL VERO FONDAMENTO DELLA LIBERTA’ E DELLA DEMOCRAZIA STA IN OGNI UOMO E IN OGNI DONNA, NELLA SUA DISPONIBILITA’ AD ESSERE PRESENZA VIVA NEL MONDO CHE CI E’ STATO DONATO. E’ PER QUESTO FONDAMENTALE CHE ANCHE LA NOSTRA COMUNITA’ CONSERVI GELOSA QUEI VALORI DI FRATELLANZA E SOCIALITA’ CHE NE CARATTERIZZANO LA STORIA E LA TRADIZIONE.
AL DI LA’ DI QUALSIASI ASPETTO ECONOMICO, AMMINISTRATIVO O PURAMENTE NUMERICO ESSI NE COSTITUISCONO LA VERA ESSENZA E L’IDENTITA’ DI CUI ESSERE FIERI. LE STRADE DELLA PACE E DELLA SOLIDARIETA’ FRA I POPOLI APPAIONO SPESSO IMPOSSIBILI E UTOPISTICHE, MA COME SOTTOLINEAVA UN GRANDE FILOSOFO:
“E’ NECESSARIO PENSARE DA EROI PER ESSERE ALMENO PERSONE NORMALI”.
W I CADUTI, W L’ITALIA
Discorso Domenica 31 ottobre 2004
Cittadine e cittadini di Moio,
la ricorrenza del IV Novembre celebra l’anniversario della Vittoria, della fine della prima guerra mondiale che per la nostra Italia ebbe epilogo nella battaglia di Vittorio Veneto, episodio incredibile di storia militare dopo la disfatta di Caporetto. Il IV Novembre celebra inoltre la festa di tutte le Forze Armate e il ricordo di tutti i Caduti.
E’ un momento in cui si impone non tanto l’enfasi della celebrazione, ma piuttosto la riflessione su quanto è accaduto nel secolo scorso e quanto ancora oggi accade in tante parti del mondo.
Sono passati tanti anni dalla fine del primo conflitto mondiale, dalla fine di quella maledetta guerra di trincea che tanti libri ancor oggi raccontano. I ricordi sbiadiscono e molte generazioni ormai ci separano quei giorni tanto tristi.
La memoria dei nostri caduti deve però restare intatta e perpetua, perché grande fu il loro sacrificio, eroico il loro impegno e quello di tutti i combattenti. Come non ricordare i ragazzi del ’99, chiamati a meno di vent’anni a difendere la patria?
Proviamo a immaginare questi giovani, sbattuti in prima linea senza un motivo comprensibile e magari accostarli ai nostri giovani ricchi di svaghi e motorini… Ai nostri soldati erano certo apparsi un abominio la guerra e la sua supposta necessità: perché lasciare Moio, i suoi boschi e i suoi pascoli per un viaggio senza ritorno fino al fronte? Domande che oggi e sempre non hanno e non avranno risposte plausibili. Non esistono guerre giuste, non esistono soldati buoni o cattivi. Sono esistiti giovani che nel momento più bello della loro vita hanno dovuto abbandonare tutto ciò che avevano di più caro per andare al fronte a combattere una guerra che non ha risolto alcun problema, e come tutte le guerre ne ha semmai creati di nuovi.
La risposta eroica dei nostri caduti deve allora farci comprendere quali e quante fortune abbiamo oggi nella vita di tutti i giorni, anche nella tranquillità delle nostre montagne. Ancora oggi godiamo dei frutti di quella gente valorosa che esprimeva anche nel sacrifico quotidiano la consapevolezza dell’importanza dei valori morali e cristiani.
Il tempo che sbiadisce i ricordi rischia anche di far perdere alle nostre generazioni la percezione del valore inestimabile della libertà. In questo giorno non si celebra la “festa della guerra”, né si esalta una Vittoria comunque amara. Si deve riflettere su quanto sia a volte estremo rispondere al senso del dovere, quanto siano preziose la libertà democratica ed economica di cui disponiamo. Basti per questi il raffronto con altre situazioni, con le tante, troppe guerre che il mondo ancor oggi sta vivendo a Bagdad e in Africa, in Palestina, in Asia e in Sudamerica.
Non sentiamoci al sicuro, non dobbiamo vivere questa giornata come un semplice atto dovuto a un ricordo lontano.
Dobbiamo fare anche noi, tutti noi, la nostra parte. La libertà e la democrazia si difendono ogni giorno, sul lavoro e nell’impegno sociale, nella vita politica e amministrativa.
Questi valori siano al centro della vita politica nazionale e internazionale, che troppo spesso è legata a interessi di scarsa prospettiva. Anche a Moio, nella tranquillità delle nostre montagne. In un mondo in cui tutti accampano diritti non perdiamo di vista i doveri, che spesso richiedono gratuita umiltà e sacrificio costante.
E’ necessario che ciascuno dia il proprio contributo e che nessuno si possa arrogare il compito di essere semplicemente giudice critico del lavoro degli altri. Soltanto in questo modo potremo creare un mondo migliore, una vera comunità di uomini e di intenti, ma soprattutto non renderemo vano il sacrificio dei nostri Caduti e di quanti ogni giorno danno il proprio tempo e la propria vita per la pace.
Viva i Caduti, viva l’Italia!
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