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Bibliografia realizzata dal Centro Studi Francesco Cleri e dal Centro Storico Culturale Valle Brembana
La Mostra Mineralogica di Zorzone e' stata inaugurata nel 1994, sebbene fin dal 1970 esisteva in embrione in un locale privato. E'sita nei locali dell'ex Scuole Elementare di Zorzone. L'idea di concepire il Museo e' sorta dall'intenzione di ricordare l'attivita' lavorativa principale di tutto il comune di Oltre il Colle, attivita' cessata nel 1980 con la chiusura delle Miniere.
Anello di sci nordico a Zambla alta Sci nordico a Zambla alta
In località Pian della Palla e Colli di Zambla a quota 1256. Anelli di Km 3 (tecnica), Km 6 (facile), Km 8 (facile), Km 16 (impegnativo). Due piste di Km 7,5 e Km 5 omologate FISI. Assistenza tecnica, locali sciolinatura e scuola sci. Locali per sciolinatura e assistenza tecnica...
organi antichi della Valle Brembana
Organo Carlo Bossi 1804...
La Valle Serina La Valle Serina
offre un ben strano biglietto da visita al suo Visitatore un "orrido" come si usa dire in queste conformazioni ambientali: pareti rocciose e buie stilanti di acque che nei mesi freddi danno origine a lucenti stallattiti iridescenti ai raggi del sole, strapiombanti nel terreno che scorre a volte chiaccherino a volte turbolento giu' nel fondo Valle...
Storie Antiche popolari di Oltre il Colle Storie Antiche popolari di Oltre il Colle
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ll "Sentiero dei Fiori" e' uno fra i piu' interessanti itinerari naturalistici delle Prealpi Bergamasche lungo il quale alla grandiosita' del paesaggio s'aggiungono rare e spettacolari fioriture di inattesa e sorprendente bellezza e di insuperabile valore botanico..
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Statuto di Oltre il Colle del 1610 Statuto di Oltre il Colle del 1610 tratto dai Quaderni Brembani di Tarcisio Bottani.
Il Serpente con le Ali
Sembrava un piccolo bimbo in fasce, lungo non più di mezzo metro, invece era uno strano mostriciattolo difficilmente definibile. Non fosse stato per due tozze ali da pipistrello che gli spuntavano appena sotto la testa, lo si sarebbe potuto definire un serpente, ma proprio per via di queste ali era noto a tutti come il serpente con le ali, anche se in verità nessuno l'aveva mai visto volare. Si diceva che apparisse ogni due anni tra le sterpaglie del monte Menna, in alta Val Serina, e che vivacchiasse lassù per tutta l’estate, prima di scomparire con i primi freddi autunnali. Si pensava che dimorasse in una caverna, tra le forre di quella montagna calcarea e poi cadesse repentinamente in un letargo prolungato…
Ma il suo risveglio, per quanto tardivo, era annunciato da due segnali inconfondibili: una puzza nauseabonda a metà tra il tanfo delle uova marce e quello dei cadaveri in decomposizione e un continuo ripetersi di fischi talmente acuti da poter superare il suono di cento sirene messe insieme e in grado di far impazzire uomini e animali che cadevano a terra morti con i timpani perforati e il cuore spezzato.Anche i cani, quando ancora si trovavano a grande distanza da quel mostro, ne avvertivano la presenza e se la davano a gambe, emettendo certi guaiti strazianti, come se fossero stati presi a bastonate da una mano invisibile. Gli abitanti dei villaggi che sorgevano alle falde del Monte Menna le avevano tentate tutte per liberarsi da quella presenza molesta, chiamando ripetutamente dei sacerdoti per benedire solennemente quei luoghi.
Fu proprio un santo uomo di chiesa, che era salito fin lassù per tentare un ennesimo esorcismo, a vederselo capitare davanti a distanza ravvicinata. Era subito scappato a casa di corsa, ma aveva fatto in tempo a notare ogni particolare della sua strana natura: il mostro aveva la forma di serpente alato e portava in testa una corona che luccicava riflettendo i raggi del sole, inoltre aveva le ali avvolte attorno al collo, come una sciarpa e la coda terminava con un pungiglione.
Non si sapeva, però, se fosse anche velenoso, perché nessun uomo o animale era mai stato morsicato e, se anche lo avesse fatto, nessuna delle sue vittime era più stata in grado di raccontarlo. Col passar degli anni il serpente con le ali diventò vecchio e iniziò a prolungare i periodi di letargo e a diradare i risvegli. Per un po’ si risvegliava ogni tre anni, poi ogni quattro e infine non si risvegliò più. Ancora oggi, però, chi passa da quelle parti si sente il cuore tremolare e il respiro diventare affannoso, in compenso il passo si fa leggero e la bocca silenziosa, perché nessuno vuole rischiare di svegliare quel serpente.


Il Drago Vendicativo
Si racconta che molti anni fa, in quel di Oltre il Colle, viveva un drago enorme, che possedeva sette teste simili ai tentacoli di una piovra, ricoperte di squame e di bargigli in perenne movimento. Non era solo nella foresta che allora si stendeva folta sulle pendici del Monte Alben, c'erano altri animali di varie specie, ma era lui il padrone assoluto, il dominatore, il proprietario della fonte dell’immortalità che sgorgava da un anfratto roccioso e alla quale non lasciava avvicinare nessuno. Passeggiava a fatica, per via della sua mole che gli impediva di districarsi nel folto degli alberi, si nutriva di animali selvatici, ma anche di pecore e capre e ogni tanto anche di… carne umana, che inghiottiva con avidità, facendo seguire al pasto un’abbondante bevuta, proprio alla fonte dell’immortalità. Sicuramente ciò gli procurava buona salute, perché non invecchiava mai e, mentre gli altri animali portavano i segni degli anni e scomparivano con il tempo, lui appariva sempre in perfetta forma, forte, sicuro e pieno di vitalità, pronto ad imporre la sua legge di spietato dominatore. I pastori ne erano terrorizzati, ne seguivano da lontano le orme enormi in cui ogni tanto si imbattevano e a bassa voce pronunciavano la parola drago, nel timore di evocarne la temuta presenza. C’era stato un tempo in cui qualcuno, esasperato per i continui soprusi di quell’essere spaventoso, aveva anche provato a dargli la caccia: i pastori più coraggiosi del paese, accompagnati dai più abili cacciatori, erano stati capaci di raggiungerlo nel folto della boscaglia e avevano dato vita ad una feroce battaglia, riuscendo anche a metterlo in difficoltà. Al colmo della zuffa il pastore più coraggioso, armato di accetta, gli aveva addirittura amputato di netto una delle sette teste, mentre i suoi compagni infliggevano per tutto il corpo del mostro profondi colpi di lancia e i cacciatori, sparando all'impazzata, lo riempivano di piombo, ma la testa era prodigiosamente ricresciuta in un batter d’occhio e le ferite provocate dagli spari e dalle lance si rimarginavano con la stessa velocità.
Spaventati da questo straordinario fenomeno, gli assalitori se l’erano data a gambe, inseguiti dal drago che, non essendo riuscito a metter i suoi artigli su di loro, se l’era presa con greggi e mandrie, devastando gli ovili e le stalle e facendo scempio di un gran numero di animali. I lamenti delle bestie furono così forti e copiosi da essere uditi, si disse, in tutta la Valle Brembana e addirittura in qualche paese alle porte di Bergamo, diffondendo dovunque uno sgomento indescrivibile. L'ira provocata da questa strage tra la popolazione di Oltre il Colle non si spense subito, anzi, suscitò negli animi di tutti il desiderio di andare di escogitare qualche stratagemma per eliminare il drago una volta per tutte. Fu così che un bel giorno si vide uscire dal paese un vero e proprio esercito, armato fino ai denti, risoluto ad eliminare quella calamità.
Gli attaccanti, raggiunto il bosco, lo circondarono e si diedero ad incendiarlo, approfittando della sterpaglia che, a fine inverno, era secca e disseminata un po’ dovunque. Spaventato dalle alte fiamme che stavano per raggiungerlo e dal clamore infernale degli assalitori, il drago fu invaso dal panico. Si diede a lanciare fiammate dalla sue sette teste, emettendo nello stesso tempo dei sibili e dei rantoli paurosi, mentre dalle narici usciva un fumo denso e nero e le squame che gli ricoprivano il corpo si rizzavano, come colpite da una scarica elettrica.
Si agitò a lungo in quella posizione, tracciando furiosi segni nell’aria con i suoi artigli acuminati, poi di fronte all’incalzare dei suoi nemici, si rifugiò presso la fonte dell'immortalità e vi si immerse. L'acqua a contatto con quel corpo divenne torbida e scura come l’inchiostro, cominciò a rimescolarsi freneticamente, come se bollisse e nello stesso tempo il drago svanì nel nulla, come dissolto in quel liquido misterioso. Quando i primi attaccanti arrivarono alla fonte non trovarono altro che uno specchio d'acqua, scura, nauseabonda e imbevibile. Del drago non c'era più traccia, ma la gente è sempre stata convinta che sia ancora lì, sommerso da quell’acqua che, proprio per la sua presenza continua a rimanere torbida in qualsiasi stagione, come se fosse perennemente agitata da un'entità misteriosa. Il drago, appunto, che se un giorno si svegliasse e decidesse improvvisamente di uscire dalla fonte farebbe ripiombare la popolazione nel terrore. A questa eventualità è legata un detto tuttora in voga a Oltre il Colle: quando il drago si sveglierà, la frazione di Ca' Bonaldi, che è situata da quelle parti, sprofonderà!


Il mandriano spergiuro
Questa leggenda viene raccontata ancora oggi in varie versioni, leggermente diverse tra loro, dagli anziani di Oltre il Colle, Serina e Roncobello. Ciascuna di queste località indica anche il luogo preciso che fu teatro della vicenda: per quelli di Oltre il Colle si tratta dei pascoli del monte di Zambla, per i Serinesi il monte Grem e per quelli di Roncobello il lago Branchino. Allo stesso modo, secondo gli abitanti di Oltre il Colle, il mandriano spergiuro, protagonista della leggenda, proveniva da Gorno, mentre a sentire quelli di Serina era di Sorisole e, per gli abitanti di Roncobello si trattava di un certo Valle di Serina. Questa triplice versione di una storia pressoché identica, ne denota la popolarità tra le popolazioni dell’alta Val Serina e della vicina Valsecca. Per non far torto a nessuno, ne viene qui esposta una sintesi che assomma le tre versioni, lasciando volutamente indeterminati il paese e i personaggi.
Or dunque, era sorta in quel paese una disputa accanita circa i diritti di possesso di un alpeggio. La maggioranza dei capifamiglia riteneva che tale alpeggio fosse di proprietà comunale e quindi a disposizione di tutti. Non così la pensava un vecchio mandriano, che era forestiero e il cui arrivo in paese, parecchi anni prima, aveva scatenato la discordia, in quanto egli vantava su quel pascolo diritti di esclusiva proprietà. Diritti, osservava, risalenti ai suoi antenati e tramandati in eredità di padre in figlio, fino a lui stesso. Una serie di processi, celebrati davanti al vicario di valle, non erano valsi ad appurare chi fosse il legittimo proprietario, di conseguenza, in mancanza di uno specifico divieto della pubblica autorità e facendosi scudo dei suoi asseriti diritti, il mandriano portava ogni anno regolarmente la sua mandria sull’alpeggio, sordo alle lamentele dei compaesani, i quali dal canto loro non erano ormai più disposti a subire tale situazione, considerandola un vero e proprio sopruso.
E così, ogni anno, assieme alla stagione dell’alpeggio si riaccendevano le dispute e non di rado accadeva che qualcuno passasse alle vie di fatto. Allora tra il mandriano prepotente, spalleggiato da figli e parenti e da certi vicini che traevano vantaggio dall’essere dalla sua parte, e qualcuno dei suoi avversari si scatenavano risse tremende, condite con pugni e bastonate. Una siffatta situazione non poteva più continuare e le autorità, ben consapevoli che presto ci sarebbe scappato il morto e desiderosi di risolvere una volta per tutte la complicata questione, deliberarono di invitare i contendenti ad una solenne cerimonia pubblica di giuramento, durante la quale si sperava che sarebbe finalmente emersa le verità.
La cerimonia ebbe luogo una domenica mattina, poche settimane prima dell’avvio della stagione dell’alpeggio, i contendenti, le rispettive famiglie e quasi tutta la popolazione si riunirono attorno alla baita del pascolo della discordia. Assieme a loro giunsero lassù i consoli e i consiglieri del paese, il vicario di valle, in qualità di giudice supremo e i rappresentanti del governo inviati dal podestà di Bergamo, accompagnati da un drappello di soldati col compito di sedare non improbabili tumulti. C’erano poi il parroco del paese e un canonico, mandato dal vescovo allo scopo di attestare la validità del sacro giuramento, infine un notaio, con il compito di redigere il relativo atto formale.
Celebrata la messa, le autorità civili e religiose si disposero attorno all’altare e invitarono i contendenti a giurare davanti al crocefisso, dopo averli severamente ammoniti sui gravi castighi civili e religiosi riservati agli spergiuri. Nessuno dei mandriani del paese ebbe però il coraggio di pronunciare la solenne formula attestante il loro diritto di proprietà, infatti non avevano alcuna certezza di tale diritto, non disponendo di prove ufficiali e inconfutabili. Fu poi la volta del vecchio forestiero il quale, tra l’incredulità degli astanti, pronunciò a voce alta e sicura il seguente giuramento: “Giuro davanti a Dio che la terra che ho sotto i piedi appartiene a me e alla mia famiglia”. Le forze dell’ordine riuscirono a stento a trattenere la folla inferocita che tentava di avventarsi sul vecchio, accusandolo di spergiuro.
Ma ormai la questione era chiusa: le autorità civili e religiose sancirono ufficialmente e concordemente che il pascolo conteso doveva essere assegnato definitivamente al vecchio mandriano, il cui giuramento non lasciava adito a dubbi. Così fu, e da quel momento il mandriano poté far pascolare le sue bestie su quel terreno, godendo della protezione della legge. Ma, se all’apparenza, ostentava sicurezza e spavalderia, la sua coscienza era agitata da un sordo rimorso. Infatti il suo giuramento era stata una vera e propria truffa e, se di fronte agli uomini tutto sembrava all’apparenza ineccepibile, dentro di sé egli era consapevole di essersi meritato il castigo di Dio. Castigo che non sarebbe tardato ad arrivare, considerata l’età dello spergiuro. Era infatti accaduto che il giorno del giuramento il mandriano, mal consigliato dalla moglie, era entrato nel suo orto, aveva preso due manciate di quella terra e l’aveva messa nelle sue scarpe, sotto i piedi… Forte di questa furbata, aveva quindi potuto giurare spavaldamente che la terra che … aveva sotto i piedi era sua!
Autorità e avversari erano stati in tal modo ingannati, ma quando il furbo mandriano venne a morire e si presentò davanti al giudizio di Dio, ebbe il castigo che si meritava. E di che natura fosse il castigo lo appresero tutti coloro che negli anni seguenti ebbero la ventura di passare dalle parti dell’alpeggio durante un temporale. Allora potevano vedere l’anima dello spergiuro vagabondare per la montagna in groppa a un cavallo di fuoco che scalpitava sinistramente tra lampi e tuoni in un turbine di vento e grandine. A ogni passaggio il dannato mandriano urlava un ordine lugubre e disperato: Laghì sta i tèrmegn! La róba di óter la fa póca zuàda!.
Manco a dirlo, più nessuna mandria poteva essere portata su quell’alpeggio perché le mucche, in preda a un’indicibile inquietudine, si rifiutavano di pascolare, emettevano muggiti lamentosi e non davano una goccia di latte. Nemmeno le ripetute benedizioni impartite da vari sacerdoti seppero tener lontana quell’anima dannata, che continuò per anni a seminare il panico tra i montanari. E anche oggi può capitare, in certe notti di tempesta, di sentire su per la montagna lamenti umani mescolati al brontolio dei tuoni mentre guizzi di luce, simili a lampi, corrono qua e là sopra la distesa dei pascoli.

Tratto dal Libro di Tarcisio Bottani e Wanda Taufer: Racconti Popolari Brembani