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Il morbo fu preceduto da una grave carestia che indeboli' il fisico delle persone, predisponendole al contagio, il quale comincio'
a diffondersi nei territori occidentali della Bergamasca gia' dall'autunno del 1629, portato dalle truppe tedesche scese in Italiaper la guerra di
successione al ducato di Mantova. Messi in allarme dal repentino propagarsi del male, gli amministratori vallari presero alcuni provvedimenti che,
se rispettati, avrebbero avuto una certa efficacia: la chiusura del passo San Marco e il blocco dei ponti di Sedrina e delle altre vie di accesso
alla valle. Ma i divieti di transito vennero poco rispettati, sia da chi fuggiva dalle zone infette e cercava scampo in valle e sia dai commercianti
brembani che continuavano a uscire dal territorio per curare i loro affari.
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La peste raggiunse l'alta valle nella tarda primavera del 1630 e vi imperverso' fino all'autunno inoltrato, mietendo vittime
ogni giorno. Nel momento culminante dell'epidemia, cioe' nei mesi estivi, il numero dei morti divenne cosi' elevato che risulto' impossibile provvedere
alla loro sepoltura nei luoghi soliti, cioe' sotto il pavimento della chiesa e del segrato. La virulenza del male comincio' ad attenuarsi verso la fine
dell'estate e cesso' quasi del tutto nel corso dell'autunno, consentendo ai pochi superstiti di riprendere la vita normale. Stando ai statistici
forniti dai Ghirardelli, i morti di peste a Ornica furono ben 134, su 176 abitanti. E' una cifra enorme, che corrisponde al 76% del totale, una vera
e propria strage.
Dopo Venezia, i Francesi e gli Austriaci
Il lungo periodo della dominazione veneta ebbe termine nel 1797, quando anche l'alta Valle Brembana entro' a far parte della Repubblica Bergamasca, soggetta al regime napoleonico. Nella concezione rivoluzionaria dello stato, basata sul principio di uguaglianza fra i cittadini, non c'era posto per privilegi ed esenzioni fiscali e per disparita' nell'applicazione della legge. Ecco allora che con il nuovo regime ebbero termine anche gli antichi privilegi e fu abolito lo statuto che per secoli aveva regolato la vita del paese. Nel 1815 gli Austriaci sostituirono i Francesi, ma col
nuovo governo la situazione non cambio' di molto, specie sul piano del rigore fiscale e del severo controllo di ogni aspetto della vita locale.
Tuttavia l'Austria promosse il miglioramento della viabilita' sul fondovalle brembano e anche in alta valle, realizando una nuova strada, larga quattro
metri, tra Olmo e Cassiglio, di cui beneficio' anche Ornica.
Ornica dopo l'unita' d'Italia
Il passaggio dalla dominazione austriaca al nuovo regno d'Italia non significo' gran che per la piccola comunita' di Ornica, preoccupata piu' che altro di fare i conti con i problemi dell'esistenza quotidiana. Il paese dovette fronteggiare una serie di epidemie di colera, difterite, tifo e vaiolo che furono la costante di tutta la meta' dell'Ottocento. Tuttavia l'elevato tasso di natalita' compensava abbondantemente i decessi dovuti alle epidemie e comporto' un certo aumento della popolazione. Gli abitanti di Ornica, passarono dai 308 del 1861 ai 332 del 1885. La maggioranza della popolazione era dedita alla pastorizia e all'agricoltura. La consistenza del patromonio zootecnico era di 130 bovini, 140 pecore e 200 capre. Nella stagione invernale si trovava il tempo per dedicarsi al lavoro nelle fucine e produrre chiodi da cavallo. Le donne svolgevano lavori pesanti al pari degli uomini, anzi, il trasporto dei carichi a spalla era affidato generalmente a loro. Il paese era servito da abbondanza di acqua; le case erano dotate di pozzo nero il cui contenuto era periodicamente sparso nei campi ad uso di fertilizzante. L'alimentazione quotidiana era a base di polenta, patate e latticini. Nella storia di Ornica e dell'intera Valle Stabina restera' memorabile la tremenda alluvione del 29 giugno 1890 che sconvolse a tal punto la fisionomia del territorio da determinare un radicale cambiamento dell'economia locale.
IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL FRASSINO
"Questa chiesa sia tenuta in modo più decoroso e sia venerata da tutti, poiché si dice edificata a testimonianza
di un’insigne grazia e di un beneficio singolare concesso dalla Madre di Dio al suo fondatore, il quale, essendo incappato nei briganti e da questi
rapinato e legato ad un albero nel bosco, scampò al rischio di perdere la vita e fu liberato". Con queste parole viene riassunta la storia del
santuario della Madonna del Frassino nei decreti della visita pastorale del cardinale Federico Borromeo del 1611 a Ornica. Non si tratta certo
del più antico documento riguardante la storia del santuario, però è tra i più autorevoli e, soprattutto, registra in forma ufficiale la tradizione relativa all’evento miracoloso di cui sarebbe stato protagonista un cittadino di Ornica in epoca imprecisata.
Il documento in questione è importante anche perché riporta il nome con cui era indicato in passato il santuario:
Beata Vergine del Prato del Forno. La definizione "Madonna del Forno", legata alla presenza in quella zona dell’antico forno di fusione del minerale
di ferro, ricorre in tutti i documenti dell’epoca, a cominciare da diversi atti notarili relativi all’attività metallurgica. Il santuario della
Madonna del Forno è così indicato anche nella relazione del 1864, seguita alla visita pastorale del vescovo Pier Luigi Speranza. Solo
in epoca recente è stato introdotto l’appellativo di "Madonna del Frassino", con riferimento all’albero a cui, secondo la tradizione, fu
legato il protagonista del miracolo e cancellando il riferimento al vecchio toponimo che, con la chiusura del forno, era caduto in disuso. Il santuario ricorda dunque l’evento prodigioso di cui fu protagonista un uomo del posto, incappato in una squadra di briganti che lo malmenarono e lo legarono ad
un albero di frassino, derubandolo di quanto portava con sé e minacciando di ucciderlo. Legato stretto e ferito, il malcapitato rischiava di morire perché la strada era deserta, ma non si perse d’animo e invocò la Madonna che gli apparve nelle vesti di una donna premurosa e lo liberò.
Tornato in paese, il miracolato mise al corrente del prodigio la popolazione e si fece promotore della costruzione di una cappella votiva nel luogo del frassino al quale era stato legato. La cappella divenne subito un luogo di devozione e in seguito venne ampliata e decorata, fino
ad assumere la struttura attuale. Un altro autorevole e circostanziato riferimento al santuario è contenuto negli atti della visita di
San Carlo Borromeo del 1566. Il documento afferma testualmente che il cardinale "visitò l’oratorio di Santa Maria al Prato de Al sora (Prato di
Valle Sopra) che è abbastanza decoroso: vi si celebra la messa e sul davanti è munito di un portico".
Gli atti della visita citano anche documenti di epoca anteriore, dai quali si può risalire all’epoca della primitiva erezione
dell’edificio. Si tratta di tre indulgenze di cento giorni ciascuna, concesse nei primi del Cinquecento. La prima venne accordata da papa Alessandro
VI nel 1502 ai fedeli che avessero visitato il santuario nelle feste dedicate alla Madonna. La seconda, largita pochi anni dopo da papa Giulio II, circoscrive gli effetti dell’indulgenza alla visita alla chiesetta nel giorno dell’Assunta e nelle festività di San Matteo, San Pietro e Paolo e San Giovanni evangelista. La terza, concessa nel 1518 da Leone X, assegna l’indulgenza alla visita al santuario nel giorno dell’Assunta e nelle feste delle sante Caterina, Elisabetta e Maria Maddalena. Il fatto che le indulgenze siano state concesse nei primi anni del Cinquecento presuppone che all’epoca
il culto della Vergine presso la chiesetta fosse già ben consolidato e autorizzato dall’autorità ecclesiastica, per cui non è
fuori luogo ritenere che l’origine del santuario risalga quanto meno ai primi decenni del Quattrocento.
L’edificio attuale del santuario risale al Seicento ed è ampliamente descritto negli atti della visita pastorale del
canonico Antonio Corneliano del 1718: l’oratorio è detto elegante, con una volta di ottima fattura e con tavole dipinte sul presbiterio, raffiguranti i misteri del Rosario. Si afferma inoltre che l’edificio era validamente decorato con marmi e colonne anche all’altare ed era arredato con mobili di pregio. Il visitatore non mancò però di rilevare la necessità di chiudere le cappelle con balaustre di marmo e di porre sotto la volta un architrave per collocarvi il Crocifisso protetto da un velo rosso. Andava inoltre realizzata all’esterno una gradinata in pietra adeguata al decoro dell’edificio. A quell’epoca la sagrestia si trovava in cattivo stato, con la volta piena di crepe, quindi il visitatore, accogliendo la richiesta
del parroco e del sindaco dell’oratorio, concesse il permesso di costruirne un’altra, più alta e ampia, nello stesso luogo. Quanto all’attività che si svolgeva nel santuario, gli atti della visita rilevano la presenza della congregazione del Rosario che era retta da un unico sindaco. Costui, presente al momento della visita, spiegò che vi si celebravano funzioni religiose ogni giorno dedicato alla Madonna e tutte le prime domeniche del mese. In tali occasioni il parroco celebrava la messa cantata alla presenza dei fedeli. Il visitatore diede il suo consenso alla prosecuzione delle funzioni religiose anche per il futuro.
Quanto ai redditi, il santuario disponeva di circa settanta lire di entrate, oltre alle copiose elemosine che venivano offerte dal
popolo per il decoro e la manutenzione del luogo. Un accenno al santuario è contenuto anche negli atti della visita del cardinal Pozzobonelli
nel 1754, solo per rilevare la necessità di munire di cancelli le balaustre delle cappelle e di collocare in sagrestia la tabella delle orazioni
da recitarsi da parte del sacerdote durante la vestizione. In occasione della visita del Pozzobonelli venne anche decretato che fosse posta sull’altare
una tavola di legno ben sagomata in cui inserire la pietra sacra e che fosse collocata nel confessionale, dalla parte del penitente, l’immagine
di Cristo crocifisso.
Tratto dal libro "Ornica La Valle del Silenzio" autore Tarcisio Bottani
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