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Stazione
Piazzatorre Torcole Ski Area
Piste molto panoramiche, la particolarita' della stazione sciistica di Piazzatorre e' che permette sciate anche con poco manto nevoso per il suo terreno di pascolo e assenza di fondo ghiaioso. Piazzatorre e' stazione turistica a doppia valenza, sia estiva che invernale...
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Webcam Piazzatorre Torcole Ski Area
Telecamere sulle piste da sci delle Torcole - Gremei (1850 m), immagini aggiornate piu' volte al giorno, risoluzione ottimale per vedere in tempo reale la situazione neve sulle Torcole Ski Area...
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Sport e Mountain Bike a Piazzatorre
Dal piazzale del palazzetto del ghiaccio di Piazzatorre parte la strada agro-silvo-pastorale (fontana nei pressi) che nei primi tornanti è quasi impedalabile causa del fondo smosso è della forte pendenza, ma poi diventa un po’ più abbordabile e vi porta attraverso una bellissima pineta al Rifugio Gremei (Torcole m. 1550)...
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Itinerario al Monte Secco
Dalla Cima del Monte Torcola (raggiungibile con seggiovia da Piazzatorre) il Monte Secco appare dirupato e inciso da profondi canaloni detritici che si inabissano nei boschi della splendida cona di Piazzatorre.
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Itinerario al Monte Pegherolo
Il gruppo del Monte Secco, Monte Pegherolo e Monte Cavallo si distingue per la spettacolare morfologia, unica nel contesto dell’alta valle. Il periplo di queste formazioni costituisce un’entusiasmante escursione attraverso ambienti selvaggi ed incontaminati, dove la natura regna severa...
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Itinerario al Monte Cavallo
A sud del caratteristico intaglio del Passo di San Simone si alza la piramide del Monte Cavallo, montagna abbastanza frequentata e collegata per accidentata cresta, al Monte Pegherolo...
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< VISITA APOSTOLICA DI S. CARLO:
Il Venerdì 7 Ottobre 1575 fu la visita Apostolica
eseguita per mezzo di San Carlo alla parrocchia di Piazzatorre. Vi esisteva
la sola Chiesa parrocchiale con nessuna rendita di sorta. In essa vi erano
due altari, il maggiore dedicato a S. Giacomo e l’altro alla Beata Vergine.
Il parroco era un certo prete Gio. Antonio de Rovariis, bresciano, con
casa d’abitazione vicino alla chiesa. I parrocchiani gli contribuivano
annualmente 280 lire imperiali. Le anime erano solo 250, 150 delle quali
ammesse alla Santa Comunione. La scuola della Dottrina cristiana raffreddava.
Vi era composta la Scuola del Santissimo, ma non era stata ancora canonicamente
eretta. Era però diretta da tre persone, due delle quali restavano
in carica un anno soltanto e l’altra due anni. Questa Scuola aveva nessun
patrimonio o rendita, ma ciascun confratello offriva ogni anno 6 soldi
per la provvista dell’olio e delle candele. Ai nuovi entrati in carica
si rendevano i relativi conti. Tra le varie ordinazioni fatte dal Santo
Visitatore troviamo: dipingere la base dell’ancora all’altare maggiore,
chiudere con cancellata in ferro la Cappella del medesimo come pure quella
dell’altare della Madonna, munire interamente e con cinta più sicura
il Cimitero, l’attuale sacrato, chiudere l’entrata del Campanile e rimuovere
il posto ove si benediceva il pane nella festa di San Giacomo.
UN NATALE INDIMENTICABILE
Era la vigilia di Natale del 1955. Nel reparto pediatrico
dell’Ospedale Maggiore di Bergamo si svolge una scena straziante. Dopo
quattro giorni di lotta col male, il Primario del Reparto Prof. Pouché,
pronuncia una triste diagnosi su un bambino che ha visitato amorevolmente
coi colleghi per l’ennesima volta: umanamente parlando non c’è più
nulla da fare per questo bambino; l’encefalite acuta non lascia più
speranza. Il bambino, Bianchi Giuseppe di anni 5 di Piazzatorre, vien caricato
sulla macchina che lo riporta morente a casa sua. Vi giunge ancora vivo.
Il dott. Mocchi di Piazzatorre constata che è inutile prolungare
un’agonia spaventosa mediante l’aiuto dell’ossigeno: d’altronde un antibiotico
potrebbe stroncare immediatamente quel filo di esistenza che rimaneva ancora.
La Notte di Natale il bambino è ancora vivo. Non
c’è più speranza che in un miracolo. Il padre chiede al Parroco
che venga celebrata la Messa di Mezzanotte per il suo bambino. Si raccoglie
un discreto numero di persone. Il silenzio nella piccola chiesa di S. Antonio
è solenne. Il Parroco parla brevemente del mistero del Natale. Un
Bimbo è venuto a portare la Luce in un mondo di tenebre. È
un Bimbo che può tutto. Perché non potrà esaudirci?
Osiamo sperare. Dopo la Messa l’ammalato comincia a dare qualche tenue
filo di speranza. La trepidazione cresce fra un alternarsi di illusioni
e delusioni.
Il giorno di Natale porta la gioia. Il bambino ha momenti
di sonno pesante e di agitazioni deliranti. Nel pomeriggio si risveglia,
vuole il suo organetto e si mette a suonare. Non si può descrivere
quale impressione suscitò il fatto: anche gli uomini erano commossi,
avevan visto, non potevano spiegarsi. Il giorno dopo Natale venne il Prof.
Pouché. Disse entrando nella stanza e chinandosi sopra il bambino:
“Sopra la scienza umana veglia Uno che tutto dirige”. Dichiarò che
egli considerava il bambino ormai fuori pericolo. La mamma desiderò
che fosse riaccompagnato all’Ospedale perché fosse lasciato più
tranquillo. Gioia di Natale più grande non poteva essere recata
in quell’ambiente. Tutti volevano vedere il bambino ritornato alla vita.
Ora il bambino sta bene ed è ritornato ai suoi giochi e alla sua
allegria”. Gennaio - 1956
UN MEDICO - POETA DI GRANDE FAMA
Nel 1940 muore a Piazzatorre il dott. Vincenzo Bonandrini,
medico, artista, musicista e celebre poeta. Così parlò di
lui l’Avv. Bortolo Belotti: “Giuseppe Bonandrini fu di quegli uomini dei
quali resta nel tempo la tradizione popolare. Fra molti anni, i figli dei
figli di coloro che lo hanno conosciuto parleranno ancora di un medico,
che esercitò a lungo, con dottrina e con bontà, in un angolo
estremo della nostra Valle Brembana.
Giuseppe Bonandrini nacque poeta e fu di quei poeti che
traducono l’ispirazione e il sentimento non soltanto nella misurata armonia
del verso, ma nel modo di vivere, traendone la norma dalla costante vicinanza
alla natura, dalla conoscenza delle quotidiane vicende degli uomini e specialmente
degli umili, e, insieme, dalla certezza delle più alte ragioni della
vita, che culminano in Dio, e che sulla vita e sulle sue miserie diffondono
la luce della speranza. La produzione letteraria del nostro non fu grande,
ma fu caratteristica. Egli portò, si può dire, esclusivamente
nel nostro dialetto, del quale ben conosceva il vigore e la capacità
di espressione, e per il quale provava l’attaccamento che sentiamo tutti
noi,
chè del parlà lè
‘l prim che s’à sentit poiché tra le lingue è
la prima che si sente depröv a la so cüna
e che da scèt sia nella culla che da bambino l’è stacc ol prim che
m’àbie proferit. è stato il primo che mi ha detto i parlerà bè töcc,
ma in fond in fond parleranno bene tutti, ma in fondo in fondo
ognü l’è persuàs
chè ol so dialèt ognuno è convinto che il suo
dialetto a l’sèes amò ‘l
piö bel parlà del mond. sia ancora il più bello del
mondo.
Ma a lui fu cara la poesia vernacola perché in
un certo senso essa fioriva dallo stesso ambiente in cui si svolgeva la
sua opera, perché era in segreta armonia con le umili esistenze
alle quali doveva costantemente avvicinarsi, e forse anche perché
dava modo al suo spirito di esprimere più efficacemente le sensazioni
destate dal mondo esteriore, mentre poi gli procurava l’intima gioia, da
lui medesimo descritta coi versi:
nel mèss a ü prat...lontà
d’ogni bordèl, in mezzo ad un prato lontano da ogni rumore
e lé slongàt fò al sul comè i löserte, è sdraiato al sole come
le lucertole xòvre, per scriv, la carta di risséte, per scrivere adopero la carta delle ricette
xè salve a ognü la pèll e mè m’dierte.
Fu notato che il Bonandrini ebbe vivo il senso dell’umorismo;
ed è vero. Ma il suo umorismo non ebbe nulla che si avvicinasse
a certe ignobili stampe, ma fu come un velo, attraverso il quale s’intravede
appunto quella più profonda ispirazione. Per ciò dunque,
ossia per la sua conoscenza della realtà umana, per il suo intimo
profondo contatto con le bellezze della natura, per la fede serena nelle
grandi certezze oltre la vita, e insomma per questi che sono gli elementi
sicuri di ogni autentica poesia, il medico che per tanti anni fece e rifece
le nostre strade di montagna, a passo lento e col bastone tagliato lungo
i margini di una boscaglia, poté portare non solo l’aiuto della
scienza, ma anche il conforto dello spirito, sicché la tradizione
del suo nome resterà nel tempo. Ma forse più ancora che nella
poesia, l’armonioso spirito del Bonandrini s’espresse nel culto della musica,
poiché egli fu diligente e penetrante nel conoscerla e valentissimo
nell’interpretarla. Ed è significativo il fatto che egli preferisse
la musica del nostro immortale Donizetti, ossia, ancora una volta, una
espressione di genio bergamasco, quasi riaffermando, anche in ciò,
una specie di riservato raccoglimento in un modo di sentire gelosamente
nostro...
In ogni stazione di sosta c’è una baita: un piccolo
edificio di legno e pietre dove i mandriani si ricoverano di notte e consumano
i pasti. Le mucche, di notte, sono chiuse in un recinto di filo elettrico
ad alta tensione; per il bestiame, che è sempre all’aria aperta,
è previsto un riparo coperto solo nei casi di bufera, in cui si
riparano gli asini e i capi di bestiame più delicati. Spesso i mandriani
portano all’alpeggio, oltre i cani da pastore davvero insostituibili, pecore
e maialini che vengono nutriti con gli scarti del latte.
L'Uomo dai 7 Cappelli
Tanti anni fa in una grotta sul monte Secco, in quel di
Piazzatorre, viveva un tipo assai strano, che non si faceva mai vedere
in paese, ma passava la sue giornate a lavorare nel bosco, tagliando la
legna ed allevando qualche capra da cui ricavava quel poco latte che gli
serviva per tenersi in vita. Era vestito rozzamente, con una grossa maglia
di lana grezza, dei pantaloni di fustagno pieni di toppe e un paio di zoccoli
chiodati da cui spuntavano le dita dei piedi malamente coperte da calzini
lisi e bucati da più parti. Particolare curioso ed inspiegabile
del suo abbigliamento erano i cappellacci, ben sette, che teneva sempre
calcati in testa, uno sopra l’altro, e di cui non si separava mai, forse
nemmeno quando si coricava sullo sporco pagliericcio che gli fungeva da
letto.
Un giorno accadde che un cacciatore di Piazzatorre cercasse
il suo cane che si era perso sulla montagna durante una lunga e infruttuosa
battuta di caccia alla lepre. Calata la sera e fattosi buio, il cacciatore
non poté proseguire le ricerche e decise di passare la notte al
riparo di una vecchia e sgangherata baita che era già stata il suo
provvidenziale rifugio qualche anno prima, durante un furioso temporale.
Benché stanco per la lunga camminata, ebbe difficoltà a prendere
sonno, sia perché si era dovuto sdraiare sul freddo e nudo pavimento
della baita, ma soprattutto perché era preoccupato per il suo cane,
un segugio dal pelo fulvo e dagli occhi cristallini, sempre in movimento
e in cerca di qualche avventura, che tuttavia non si era mai allontanato
dal suo padrone più di qualche ora, tornando sempre alla sua cuccia,
soprattutto quando c’era da assaporare qualche gustoso bocconcino che il
padrone gli propinava come premio dei suoi successi venatori.
Finalmente la stanchezza ebbe il sopravvento e il cacciatore
riuscì ad addormentarsi, ma nel colmo della notte si svegliò
di soprassalto: gli era parso di udire in lontananza il guaito disperato
del suo cane, il richiamo lamentoso dell’animale in pericolo. Si alzò,
uscì dalla baita, tese l’orecchio e rimase in ascolto, ma nessun
rumore proveniva dal bosco, se non il flebile scroscio di un ruscello e
il richiamo rauco e lugubre di una civetta, ripetuto stancamente ad intervalli
regolari. Trascorso parecchio tempo e convintosi di aver sognato, rientrò
nella baita e ma non ci fu verso di riaddormentarsi. Così, ai primi
chiarori dell’alba, lasciò il suo rifugio notturno e si inoltrò
nel bosco per riprendere le ricerche del cane. A un certo punto, dopo un
paio d’ore di inutile girovagare senza una meta precisa, si ricordò
di quello strano personaggio dai sette cappelli che gli era capitato qualche
rara volta di intravedere ai margini del bosco e che al suo apparire si
era affrettato a nascondersi nel fitto degli alberi. La dimora di quel
tipo così poco socievole doveva essere in quella zona e forse il
cane, stanco e affamato, aveva trovato ospitalità presso di lui.
Non si sbagliava: l’uomo dai sette cappelli viveva proprio da quelle parti.
Ma sarebbe stato meglio che vivesse migliaia di chilometri più lontano,
perché il cacciatore lo incontrò, finalmente, nel fitto del
bosco, appena dietro una siepe di arbusti e rovi.
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E si trattò di un incontro tragico.
La scena che gli si presentò era terrificante: l’uomo dai sette
cappelli, tutto sporco di sangue, era seduto a cavalcioni di un grosso
tronco posto all’ingresso della grotta e con un lungo coltellaccio stava
facendo a pezzi un animale, divorandone avidamente la carne, cruda e sanguinante.
Ci volle solo un attimo al cacciatore per accorgersi che la povera preda
dell’uomo dai sette cappelli era un cane, il suo fido segugio! Fuori di
sé dal dolore e dalla rabbia, si slanciò contro quell’individuo,
con furia omicida, ma l’altro si alzò di scatto e gli si rivoltò
contro, minaccioso, brandendo il coltello e cercando di colpirlo. |
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Per fortuna il primo fendente andò a vuoto e ciò
consentì al cacciatore di portarsi momentaneamente fuori tiro, ma
poiché l’altro continuava a rincorrerlo, intenzionato ad ammazzarlo,
dovette darsela a gambe e non si fermò finché non ebbe raggiunto
il limitare del bosco. Poi, ormai in salvo, riprese mestamente la via di
casa, con l’animo angosciato per quanto era successo a lui e al suo povero
cane. A Piazzatorre però la sua storia non fu creduta e tutti ritenevano
che la macabra visione che il cacciatore continuava a descrivere nei minimi
particolari fosse solo frutto della sua fantasia, magari innaffiata con
qualche bicchiere di troppo. Gli amici dell’osteria, con i quali trascorreva le serate
a giocare a carte, iniziarono a prendersi gioco di lui e a trattarlo da
visionario.
Quanto al cane, che non aveva ovviamente più fatto
ritorno, cercavano di tranquillizzarne il proprietario sostenendo che si
era preso una vacanza avventurosa e che avrebbe ben presto fatto ritorno
a casa, una volta spenti i bollori della scappatella con qualche cagnetta
dei paesi vicini. Così, col passare dei giorni anche il cacciatore
finì per convincersi di essersi sognato tutto e tornò a nutrire
una pur timida speranza nel ritorno del suo cane. Ma avvicinandosi la brutta
stagione, uno di quegli amici che avevano tanto deriso il malcapitato cacciatore,
forse il più incredulo, si trovò un giorno, sul far del tramonto,
a passare dalle parti del monte Secco. Era salito fin lassù in cerca
di funghi che nella stagione autunnale crescono abbondanti in quella zona.
Inoltratosi nel bosco, giunse senza saperlo vicino alla
grotta dell’uomo dai sette cappelli. Alzato lo sguardo, rimase impietrito
dalla scena che apparve ai suoi occhi: l’uomo dai sette cappelli era lì,
davanti a lui, e cercava di tenere a bada tre lupi famelici che, ringhiando
sinistramente stavano dilaniando il cadavere di un povero uomo.
L’orribile spettacolo paralizzò il cercatore di
funghi che per un attimo si sentì perduto. Per fortuna la sua presenza
passò inosservata, così, con grande cautela, riuscì
ad allontanarsi e a darsi a precipitosa fuga verso casa.
>Gli ci volle parecchio tempo per riprendere l’orientamento;
ormai si era fatto buio e procedeva a tentoni nel fitto della boscaglia.
La luna filtrava tra gli alberi e proiettava sul terreno ombre terrificanti
di mostri che sembravano ghermirlo con poderose zampe munite di artigli
affilati e il vento contribuiva a questo gioco spaventoso, rendendo i fantasmi
del bosco più sinuosi ed angoscianti. Più morto che vivo, arrivò in paese, chiamò
alcuni amici, tra cui il cacciatore che aveva perso il cane, raccontò
loro la sua terribile esperienza e li convinse ad organizzare una battuta
di caccia al mostro del monte Secco. Con precauzione e in preda a una sorda paura, il mattino
seguente il gruppetto raggiunse le pendici della montagna, penetrò
nel bosco e arrivò fino alla grotta.
All’esterno, seduto sul tronco d’albero, c’era l’uomo
dai sette cappelli che stava consumando il suo orrido pasto con i resti
umani lasciati dalle tre belve, le quali, ormai sazie, sonnecchiavano sdraiate
ai suoi piedi. Una nutrita scarica di fucilate squarciò il silenzio
della montagna. Raggiunto da numerosi colpi, l’uomo dai sette cappelli
ebbe ancora la forza di alzarsi, rimase un attimo in piedi, con una sguardo
dolorosamente stupito, poi stramazzò al suolo senza un lamento.
Anche i lupi, colpiti a morte nel sonno, si accasciarono in una pozza di
sangue. Poi, con grande sorpresa dei cacciatori, l’uomo e le bestie scomparvero
sotto terra senza lasciare una minima traccia della loro presenza.
I cacciatori, dopo aver a lungo, ma inutilmente cercato qualche indizio che rivelasse l’identità di quel misterioso
individuo, se ne tornarono a Piazzatorre dove raccontarono l’accaduto.
Da allora questa storia viene sempre narrata dai nonni ai loro nipotini
nelle lunghe serate d’inverno, e anche adesso che la televisione ha cancellato
il gusto di ascoltare le storie, c’è ancora qualche bambino che
di notte sogna brutti incontri con l’uomo dai sette cappelli.
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