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LA STORIA DEL ROSSÀL
Una storia vera con alcune aggiunte fantasiose tramandate di generazione in generazione.
Circa 2 secoli fa nella frazione Monticello c'era l'abitazione, o meglio, il covo di un uomo così selvatico
e abbruttito da costituire l'orrore e il terrore di tutto il paese. Era chiamato Rossàl, per via del colore rossiccio della barba e dei
capelli. Vestito di sordidi stracci, gli occhi incavati resi più truci dallo strabismo, pareva più animale che uomo. Niente Chiesa,
niente Pasqua, dalla sua bocca non uscivano che parolacce, era beone e manesco, era un'anima dannata ! Quando capitava in paese dopo lunghe scorribande
venatorie non faceva che ubriacarsi. Il parroco un giorno lo ammoni dicendo:«bada a te Rossàl, che se non santifichi le feste verrà a prenderti
il diavolo !». Una domenica di ottobre il Rossàl tornava dalla solita caccia e recava sulle spalle un bei camoscio dì quasi mezzo
quintale; era sulla strada del Piacc e le campane di Cassiglio suonavano l'Ave Maria. S'era fatto ormai buio e non c'era la luna. Egli camminava
ricurvo sotto il peso del camoscio e nella solitudine del luogo, i suoi passi strascicati risuonavano nel silenzio notturno. Guardava avanti a
sé con gli occhi sbarrati, ad un tratto vide una bestia tozza camminargli innanzi:«un maialetto» si disse «ma con le corna non
ne ho mai veduto». Intanto la bestia correva a zig zag occupando tutto il sentiero, poi cominciò a ingrossare. Il Rossàl ebbe
paura, ma accortosi di essere arrivato al Sacc si senti un pò rincuorato, fatto sta che assestò una violenta pedata alla misteriosa bestia,
la quale scomparve tra un sinistro balenare di luce e un tuonare fragoroso, accompagnato dall'improvvisa frana dì sassi che lo fece rotolare
in basso per parecchi metri, ma il camoscio che aveva sulle spalle lo salvò dagli urti sicuramente mortali. Lo spavento gli ridiede le energie per
risalire sul sentiero e venire a casa.
La mattina seguente un vecchio, passando di buon mattino davanti a questo portone per recarsi a governare
le bestie delta sua stalla, vedendolo spalancato, entrò per vedere e trovò il Rossàl riverso supino, lo scosse, lo girò
e capi che era morto, corse fuori a gridare «correte è morto il Rossàl-», in breve i vicini accorsero non senza timore,
il corpo fu composto alla meglio sul lurido giacìglio. Venuta la sera quattro giovani, per pia usanza di carità cristiana vegliarono
il morto, ma, a mezzanotte in punto, di colpo si scatenò un temporale con forti folate di vento, tornata la calma, accesero le lampade a olio
che si erano spente e con pauroso stupore non trovarono più il corpo del morto. Quei giovani per impedire che si spargesse il terrore per la scomparsa del Rossàl presero un tronco d'acero lo sgrossarono in
fretta e lo chiusero nella bara che fu portata al cimitero di buon mattino, accompagnata dal parroco e da poche altre persone. Molti anni dopo uno
di quei giovani che vegliarono il morto raccontò che il diavolo era venuto a prendersi il Rossàl perché non santificava la
festa. Da quel giorno gli abitanti di Carale vennero soprannominati Rossài (Rossi) non perché avevano i capelli rossi ma per il fatto che molti
saltavano la Messa domenicale.
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